Qui si sottolineano la dignità e l’orgoglio di un Comandante vero, dolorosamente dimessosi dalla Lazio al capolinea di un rapporto durato quasi tre anni, scandito da un amore ricambiato “con un mondo particolare, dove la lazialità ti entrano dentro e ti rimane nell’anima“, come confidò l’interessato all’apice di un’esperienza che lo indusse a soggiungere: “Mi sento legato alla Lazio, se non succede qualcosa di clamoroso voglio continuare qui a lungo, sino alla fine della mia carriera”. Invece, qualcosa di clamoroso è successo. Soltanto Sarri, Lotito e i giocatori, sanno che cosa sia veramente successo al punto da indurre l’allenatore dare le dimissioni dopo le quattro sconfitte consecutive, acuite dall’eliminazione dalla Champions League per mano del Bayern, detonatore di una crisi precipitata in modo brusco ed eclatante. Ignobili sono stati gli effetti collaterali che hanno colpito Ciro Immobile e i suoi familiari, bersagli di attacchi incivili che non possono essere né minimizzati né trascurati, al contrario di quanto abbia affermato Lotito (“Preoccupato per immobile? A me succede tutti i giorni, vivo sotto scorta da vent’anni. Se prendeste il mio cellulare, trovereste 500mila minacce di morte a me e alla mia famiglia. Tutti i giorni. Eppure non è che faccia tutto questo clamore“).
Clamore che il gesto di Sarri ha suscitato sia perché la nostra è una meravigliosa Nazione dove le dimissioni sono uno sport scarsamente praticato sia perché, così facendo, il tecnico ha rinunciato a 5 milioni di euro garantitigli dal contratto in scadenza il 30 giugno 2025. Per citare il gigantesco Dino Zoff, che mandò a quel paese Berlusconi (e da vicecampione d’Europa, dopo non esserne diventato campione per un golden gol), “In Italia le dimissioni sono un atto rivoluzionario. Fuori dal sistema. Puoi comprare un arbitro, puoi vendere una partita; il sistema ti riassorbe. Se ti dimetti, se ti chiami fuori, il sistema ti cancella. E non puoi fare la rivoluzione da solo“. Sarri ne è perfettamente consapevole e quando ha realizzato che per tutta una serie di motivi, alla Lazio non poteva più fare la rivoluzione, ha tolto tutto il disturbo. “La frenesia per la quale un allenatore è un cretino se perde due partite o un genio se ne vince due e un attaccante è una schiappa se sbaglia un rigore e un genio se fa un gol qualsiasi, rende molto difficile realizzare progetti che permettano al calcio di evolvere“. Chi l’ha detto? Sarri. Tutto si tiene. Torna presto, Comandante. Dovunque tu voglia, ma torna presto.
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