“Palme al posto dei vigneti e addio al vino”: cosa pensa il mondo agricolo dell’allarme di Mercalli
daniela scavino
C’è una biografia della crisi climatica da raccontare, non troppo lunga, alla portata già dei Millennials, che ci coinvolgerà però ancora e che serve forse conoscere per cercare di evitare gli esiti drastici del ballon-d’essai di un Mercalli fattosi, a fin di bene, Tiresia. Tra fine anni ‘80 e i primi ‘90 furono – anzitutto – gli inverni cuneesi a riscaldarsi di 3 gradi (5,5° contro i 2,4° del 1961-90): le colline subalpine fiorivano a febbraio prendendo il posto beato del Ponente ligure. Poi toccò a un autunno, sempre più estivo, riscaldarsi a sua volta di 3 gradi (14,6° di media contro gli 11,6° del 1971-2000). Fu quello del 2006, il primo a evidente fuori norma, e La Stampa di Giulio Anselmi titolò in prima nazionale i nostri valori autunnali quali segno di una tendenza ormai in atto.
daniela scavino
Tornando all’estate, nel luglio ‘94 (quando proprio con Mercalli collocammo sulla torretta di Cossavella una moderna stazione meteo per continuare l’antica serie storica cittadina) la crisi climatica, già attiva con i 22 gradi estivi di quell’anno, poteva ancora sembrare un vessillo post-adolescenziale di giovani irriducibili guastafeste.
Fu però – vent’anni fa – l’estate leggendaria del 2003 a dare più voce a chi si incaponiva a parlare del tempo che cambiava come mai aveva fatto. Giugno, luglio, agosto furono tre mesi di primati assoluti mensili in una stagione estiva nella città capoluogo di 24,7° (ben 5 gradi sopra la media dei trent’anni precedenti), ad Alba di 26,1°, a Bra di 27,6° con un differenziale che è quello che caratterizza in genere l’altipiano cuneese rispetto al Roero e alle Langhe. Teniamo presente questa gradualità nella continuità della crescita del caldo, perché non solo corrisponde al senso comune di chi ha una certa età ma anche per la sua aderenza con la statistica, in particolare quella degli ultimi 6 anni, dal 2017 ad oggi.
PIERANGELO SAPEGNO
Citavamo lo stupore per gli inverni cuneesi «rivieraschi» della fine anni ’80, ma cosa dovremmo dire oggi dopo sei inverni con 6° di media e cioè mezzo grado in più di quei mostri del 1988-1990? E poi, molti si rallegrarono nel 2006 per quell’autunno piacevole, quasi estivo, ma cosa potremmo dire oggi che quei 14,6° di media autunnale di allora sono diventati (dal 2017) la norma della stagione dei «foliages»?
Tant’è. Mentre anche le primavere hanno pagato il loro tributo al riscaldamento con un grado e mezzo in più sono però le estati «africane» ad allarmare un po’ in tutti i settori, dall’agricoltura alla salute passando per l’ambiente, perché a partire dal 2017 sempre più i nostri giugno-luglio-agosto somigliano e si avvicinano a quella stagione del 2003 ritenuta allora insuperabile. Tale a dire il vero è rimasta, perché nemmeno l’estate calda cuneese dello scorso 2022 è riuscita con i suoi 24,6° nell’impresa di eguagliare la grande stagione del 2003 (24,7°) mentre sia Bra che Alba ne sono ancora rimaste a distanza.
Ma il clima non si fa con i record e ancora una volta è la media delle ultime sei estati ad avvicinarci se non allo scenario di «colline di datteri» almeno a pianure e Langhe molto diverse dalle attuali. Dal 2017 ad oggi la «bella stagione» si è fatta torrida con una media di 23,6°, ben 4,3° in più della media del trentennio 1961-90. Quattro gradi che (anche se comprendono un po’ di «isola di calore urbana») da anni fanno salire di quota le vigne, al ritmo di cento metri ogni grado in più, fino ad arrivare a sostituire ai 700 metri dell’Alta Langa i pascoli dei formaggi con i filari di Pinot nero e di Chardonnay. Intanto però i vignaioli più che per le colline trasformate in datterifici si preoccupano dell’altra irrimediabile conseguenza del caldo a gogò: i temporali delle supercelle che con le loro maxi-grandini potrebbero persino fare rimpiangere la siccità. —
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