Un locale jazz in cui sono stati avvistati Ugo Tognazzi, Nino Manfredi, Gianni Agnelli, Lina Wertmuller, Bettino Craxi, ma anche i criminali come Francis Turatello e Renato Vallanzasca. Quest’ultimo, si dice, scappò dalla polizia da una finestra del Derby. Non solo, questo locale entrò anche nel caso Tortora, quando Gianni Melluso sostenne che proprio al Derby il conduttore di Portobello smerciava droga. Racconta Paolo Rossi nel documentario: “Per sopravvivere dovevi adattarti al Derby. Il mio esordio fu dopo il numero di Teocoli e Boldi quando quattrocento persone, appagate, in sala si alzarono e se ne andarono via. Io dovevo comunque entrare subito dopo tanto da chiedere ai pochi rimasti di restare. Passata una cosa del genere – si chiede Rossi -, cosa vuoi ti possa succedere di peggio?”.
“La storia di questo locale coincide a grandi linee con quella di una città e della sua trasformazione dagli Anni di Piombo a quelli della Milano da bere. Dalla Rai a doppio canale alla televisione commerciale, dal nonsense al Drive in, da Enzo Jannacci e Giorgio Gaber ad un’eredità unica e stralunata per comici diversi, da Enrico Beruschi, Claudio Bisio a Aldo, Giovanni e Giacomo. Ma il Derby – sottolinea il regista Marco Spagnoli – è stato anche qualcos’altro che raccontiamo nel nostro film: un punto di incrocio tra la società civile e la mala milanese; tra gli schiamazzi delle risate e il rumore delle pistole; tra i piatti della tradizione culinaria e la droga che in quegli anni inondava Milano e che contribuiva all’adrenalina, al divertimento sfrenato e alle notti senza fine di ‘vampiri’ più o meno inconsapevoli. C’era una volta il Derby club – conclude – è, quindi, un racconto di passione e ossessione in una città che è cambiata e che, però, al tempo stesso ricorda che quel locale è stato importante se non fondamentale per raccontare e forse perfino definire l’identità di Milano in un’epoca di transizione e di reazione ad una società italiana sotto la pressione del terrorismo e delle profonde trasformazioni imposte dal tempo che passa”.
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