Durante il briefing di ieri con i giornalisti, il portavoce del Dipartimento di Stato Matthew Miller si è limitato a liquidare così le sparate russe: «Non c’è alcun commento da fare sul coinvolgimento dell’Ucraina, per la semplice ragione che non è avvenuto. Si tratta solo di propaganda, usata per continuare l’aggressione». È la risposta più opportuna per almeno due ragioni: primo, stroncare sul nascere le bugie di Mosca; secondo, evitare di farsi coinvolgere in un’escalation retorica, che aumenterebbe le tensioni e finirebbe solo per dare una certa legittimità alla falsa versione di Putin. Il problema è che la leadership russa non si è limitata a puntare il dito contro Kiev, ma ha accusato gli Usa e i loro alleati di aver potenzialmente ordinato l’attentato, addestrando i responsabili e aprendo loro un corridoio di fuga verso l’Ucraina.
Su questo punto Mosca è stata smentita persino dall’alleato bielorusso Aleksandr Lukashenko, che ha sbadatamente rivelato come in realtà gli uomini dell’Isis stessero cercando di scappare nel suo Paese. Se la situazione degenerasse, forse l’intelligence Usa potrebbe rivelare parte delle informazioni che l’avevano spinta a lanciare l’allarme il 7 marzo. Ma la verità è facoltativa nelle comunicazioni russe, e quindi quello che importa davvero è lo scopo delle menzogne propagate.
In questo senso, l’estensione delle accuse agli Usa e i loro alleati è preoccupante, perché sembra puntare oltre Kiev, con la possibile finalità di giustificare rappresaglie in altre regioni.
Secondo fonti americane il primo obiettivo potrebbero essere i Paesi baltici. A partire dall’Estonia, che ha una significativa popolazione di origine russa, che potrebbe fornire la stessa scusa usata per aggredire il Donbass. Si tratta di membri della Nato, che sta già fortificando le loro difese, e in base all’Articolo V sarebbe costretta a intervenire in loro difesa, correndo il rischio della Terza guerra mondiale. Ma Putin forse scommette sul fatto che l’Alleanza alla fine non avrebbe il coraggio di scatenare un simile scontro, o magari punta sul ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, pensando che sarebbe più malleabile e cooperativo. Questo errore lo ha già commesso in Ucraina, dove contava di prevalere in pochi giorni, perciò è fondamentale fermarlo là. Non serve la vittoria totale, ma la prosecuzione della difesa dall’aggressione, che limiti le risorse di Mosca per tentare nuove avventure.
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