«Gli attentatori volevano attraversare il confine tra Russia e Ucraina, dove hanno contatti importanti». È stato questo il primo tentativo dei russi, subito dopo la cattura dei quattro presunti autori della strage del Crocus City Hall, di addossare le responsabilità all’Ucraina. Un colpo di mano sulla narrativa dell’attacco terroristico condotto con immediatezza dal Fsb, i servizi segreti esterni di Mosca, in un chiaro tentativo di trascinare Kiev (e i suoi alleati) nel magma del terrore in virtù della guerra che dura da oltre 25 mesi. «È ormai chiaro che c’è Isis-K dietro l’attacco terroristico, voglio però dire con forza che quanto accaduto non ha nulla a che fare con l’Ucraina, non c’è nessuna connessione tra gli ucraini e lo Stato islamico», ha spiegato a La Stampa Robert Baer, ex capo degli operativi della Cia in Medio Oriente ed esperto di terrorismo e Russia. I confini russo-ucraini sono i più piantonati per il rischio di infiltrazioni nemiche nelle due direzioni, non sembrerebbe pertanto la scelta più agevole per un commando in fuga. A questo si aggiunge il fatto che la regione di Bryansk, dove i quattro sospettati con passaporto tagiko sono stati intercettati, confina anche con la Bielorussia, così come bielorussa era la targa della vettura a bordo della quale si trovava il gruppo di fuoco (acquistata alcuni giorni prima da un altro cittadino tagiko). Forse è stato lo Stato con capitale Minsk il punto di partenza e di pianificato ritorno degli attentatori. «Quanto accaduto è in un certo senso motivo di imbarazzo per Vladimir Putin», spiega Ian Bremmer fondatore di Eurasia Group, anche perché moniti in questo senso erano giunti proprio dagli Stati Uniti, di fronte ai quali il Cremlino ha mostrato una certa miopia come già accaduto in passato quando ha bollato ciò che dicono gli americani come propaganda. Del resto, Putin è preso fortemente dalla guerra in Ucraina e sensibile alle “provocazioni” degli alleati occidentali di Kiev, tanto da accennare a un coinvolgimento di Washington nella strage di venerdì. «Anche se Putin darà seguito alla strage con misure repressive nei confronti delle popolazioni musulmane interne, la priorità resta in gran parte l’Ucraina», è la tesi di Bremmer. «Il che spiega perché il presidente russo abbia incolpato Kiev per la complicità con gli attacchi (nonostante non vi fossero prove a suffragio) – prosegue il fondatore di Eurasia Group -. Ciò implicherà un’escalation a breve termine da parte dell’esercito russo, sia in prima linea che contro la popolazione civile ucraina, qualcosa che abbiamo già visto con gli attacchi missilistici (anche ipersonici) contro Kiev e l’Ucraina occidentale durante il fine settimana. Incluso un atto grave, ovvero un missile russo che ha viaggiato brevemente attraverso lo spazio aereo polacco».
Un punto di vista ancora più specifico è quello di Carlo Biffani, esperto di terrorismo, sicurezza e intelligence: «Credo che le dichiarazioni di Putin sulle responsabilità di Ucraina, Usa e Gran Bretagna siano più per “uso interno” che una forma di minaccia verso americani e inglesi. È vero anche che con la promessa di avere salva la vita, le forze di sicurezza russe potrebbero convincere gli arrestati a fare dichiarazioni pubbliche clamorose. Al di là di tutto, queste andrebbero poi corroborate da prove inconfutabili che dubito possano essere prodotte». Sulla matrice dell’attacco Biffani non ha dubbi: «È certamente stato Isis ma la vera domanda è provare ad immaginare quanto un gruppo simile possa essere “eterodiretto” o quantomeno condizionato, in ogni caso la rivendicazione è autentica. Detto questo, Putin ha estremo bisogno di tenere coesa l’opinione pubblica e di continuare a convogliare, ad indirizzare l’odio verso i nemici attuali che appoggiano l’Ucraina». —