Il nostro sistema fa accomodare taluni imputati, dopo averli liberati dai ferri, in gabbie che sembrano box per animali di uno zoo. La nostra luminosa tradizione giudiziaria annovera casi come quello di Enzo Tortora trattenuto in caserma, prima di essere tradotto ingiustamente in carcere, per poter essere esibito ed esposto a fotografi e telecamere in orario utile per i telegiornali della sera, con tanto di famigerati schiavettoni in primo piano. Uno strumento dal sapore medievale che nulla ha da invidiare ai “ferri” ungheresi. Altro episodio della tradizione, solo per fare un altro esempio molto mediatico, è quello di Enzo Carra che fu bloccato e trascinato in tribunale con gli schiavettoni che gli serravano i polsi e lo tenevano con viti e catene. La polizia giudiziaria lo portò via in favore di fotografi e cameramen, una gogna per la maggior gloria di “mani pulite”.
Per essere l’Italia la patria di Cesare Beccaria veramente niente male. Fortunatamente la riprovazione per l’indegno spettacolo dell’esposizione di Enzo Carra fece cambiare, anche per legge, alcune barbare abitudini manettare. Non possono più essere riprese e pubblicate immagini di persone ammanettate o incatenate con schiavettoni per non ledere la loro dignità, ma con italica ipocrisia questi strumenti continuano serenamente ad essere utilizzati.
Ma che dire del sistema carcerario ungherese, dove è detenuta Ilaria Salis? Secondo i parametri di giudizio e le statistiche della CEDU e del Consiglio d’Europa quello ungherese è di gran lunga meno disumano e incivile di quello italiano, disastrato da sovraffollamento, suicidi e condizioni di vita degradanti. Non possiamo di certo dare lezioni di civiltà giudiziaria agli ungheresi.
Ma torniamo a Ilaria Salis. La trentanovenne attivista dei centri sociali, partita dall’Italia con alcuni sodali, partecipa secondo l’accusa ad aggressioni organizzate contro partecipanti alla manifestazione di destra “il giorno dell’onore” , che si tiene annualmente a Budapest per ricordare l’ultima resistenza all’armata rossa nel 1945. Un paio di aggrediti riportano gravissime lesioni. La Salis viene arrestata e le viene trovato nello zaino un micidiale manganello telescopico, non certo un desueto bastone da passeggio ma un’arma che può provocare gravi lesioni permanenti. Ora vogliamo sinceramente credere che la Salis, come lei sostiene, non abbia partecipato alla violenta aggressione di cui è accusata e ci auguriamo che possa dimostrare la sua estraneità ai fatti di sangue che le vengono ascritti.
Non vogliamo considerarla una mazziera di centro sociale in trasferta ma neanche considerarla un’eroina, una sorta di Rosa Luxemburg o di Gramsci o di Navalny che scontava il carcere per le sue idee, come sta tentando di fare la sinistra tutta. Evidentemente con intento strumentale, accusando il governo di non fare abbastanza con Orban per fare uscire dal carcere la loro protetta. E’ ridicolo pensare che basterebbe un intervento del capo del governo ungherese per mettere in riga la magistratura magiara e la sua indipendenza dall’esecutivo imponendogli la scarcerazione della Salis, in barba alle loro leggi.
La politicizzazione di questo caso è utile solo alla propaganda del Pd e dei suoi satelliti. La voce che sta girando in vari ambienti di un’eventuale candidatura della Salis alle prossime europee nelle liste del Pd, potrà servire a portare qualche superflua gocciolina d’acqua dei centri sociali al campo sempre più siccitoso della sinistra e non a far rientrare in Italia Ilaria Selis. Colpevole o innocente, comunque venga giudicata.
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