Il fronte libanese ribolle. Sabato mattina un’esplosione ha ferito — in maniera non grave — tre osservatori della Untso, l’organizzazione Onu per la supervisione della tregua, e il loro interprete libanese: erano in una missione di osservazione a piedi a ridosso del confine tra Israele e Libano, vicino a Rmeich, villaggio libanese cristiano, una delle poche zone in quell’area non totalmente controllate da Hezbollah. I media libanesi puntano il dito su Israele, Israele nega di aver sparato con un drone. Non è la prima volta che personale delle Nazioni Unite finisce sotto il fuoco che l’Idf e il Partito di Dio si scambiano ormai da cinque mesi oltre la Linea blu, ma è una ulteriore escalation che preoccupa europei e americani. Gli scontri non sono più limitati a un raggio di 4-5 km lungo il confine, entrano in profondità sia in territorio israeliano che libanese — i primi hanno colpito fino e oltre Baalbek — e alzano il rischio di incidenti. E il ministro della Difesa israeliano Gallant non fa mistero della volontà di incrementare gli attacchi per costringere i miliziani libanesi a Nord del fiume Litani. Ma è un’operazione che non può avvenire manu militari se non al prezzo di una guerra aperta con il Libano. Per evitarla, dallo scorso novembre l’inviato di Biden, Amos Hochstein, fa la spola con Beirut per cercare un accordo sui confini terrestri che ricalchi quello raggiunto sui confini marittimi tra Libano e Israele. Un’intesa di massima sarebbe anche possibile, dicono fonti della sicurezza libanese, ma senza un cessate il fuoco permanente a Gaza Hezbollah non accetterà nessun accordo.
La tregua, dunque, e il dopoguerra sono gli snodi cruciali. L’Egitto assicura che i negoziati tra Israele e Hamas riprenderanno in queste ore, ma è a Washington che si disegna il perimetro del futuro.
Durante la visita negli Stati Uniti Gallant ha proposto la creazione di una forza di sicurezza araba a cui affidare per un periodo temporaneo la sicurezza nella Striscia: è il piano americano fin dagli inizi del conflitto, una forza multinazionale a guida araba, magari sotto egida Onu, che consenta una graduale transizione del potere nelle mani di un’Autorità palestinese riformata. Gli americani sembrano guardare con fiducia alle prime mosse del nuovo premier palestinese Mohammad Mustafa, che ha formato il nuovo esecutivo e che — secondo fonti Usa sentite da Politico — potrebbe porre fine a quello che gli israeliani chiamano il “pay for slay”, il controverso sistema di pagamenti che l’Anp versa alle famiglie dei martiri e dei detenuti palestinesi, anche quelli che hanno commesso atti di violenza contro Israele. Una riforma su cui si negozia da anni e che metterebbe l’Anp di Mustafa nelle condizioni di assumere il governo di Gaza. Ma prima bisogna arrivare al cessate il fuoco. La situazione umanitaria nella Striscia è catastrofica, ieri ci sono stati altri almeno 5 morti per il caos generato da spari durante la consegna degli aiuti. Hamas non cede sugli ostaggi israeliani e Netanyahu non arretra sull’operazione di terra a Rafah.
Solo dopo si potrà costruire un’architettura di sicurezza che metta d’accordo israeliani e palestinesi. Hamas ha già fatto sapere che non vuole nessuna forza araba di interposizione, ritenuta una “trappola”: per i miliziani islamisti significherebbe perdere definitivamente il controllo della Striscia o impegnarsi in una disperata guerriglia contro altri soldati arabi. Israele invece, secondo l’agenzia Maan, punterebbe a creare una zona cuscinetto vicino al confine, estesa su circa il 16% del territorio di Gaza. Biden dovrà districarsi in questo puzzle.
La frattura del voto all’Onu, dove per la prima volta gli Usa si sono astenuti sul cessate il fuoco, ha raffreddato ulteriormente i rapporti con Netanyahu. Ma pochi giorni fa la Casa Bianca ha approvato l’invio di altre forniture di armi a Israele, 1.800 bombe MK84 e 500 MK82, la scorsa settimana era stata avviata la consegna di 25 F-35, a ribadire il sostegno dell’alleato, un gesto che l’amministrazione farà pesare nei colloqui per cercare una via d’uscita dalla guerra
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