Il contratto Allegri è pesantemente vincolante al pari del basso rendimento della Juventus da due mesi a questa parte
Crisi – Dal pareggio con l’Empoli, prima, e dalla sconfitta successiva a San Siro, è cominciata la disfatta in classifica. Due mesi d’inferno, gestiti con poca applicazione e troppa sufficienza, che hanno eroso il vantaggio anche sulle più lontane inseguitrici (da 17 a forse addirittura 5 punti in nove partite) e che non lasciano margini di ottimismo per le prossime sfide, a cominciare dalla prima semifinale di coppa Italia di domani sera. In queste condizioni ci si può aspettare di tutto, dal campo, ma non certamente quello che i tifosi più integralisti reclamano con insistenza (non senza ragioni) come l’esonero dell’allenatore. Cosa assai diversa dalle dimissioni che nessuno di loro, me compreso nei panni dell’allenatore, darebbe.
Responsabilità – Non si tratta di cercare i colpevoli di questa “caduta” libera, ma di provare a capire chi eventualmente avrebbe dovuto assumersi maggiori responsabilità, in campo e fuori. Il silenzio societario è stato interrotto dalla formalità di una dichiarazione attesa solo da Allegri, ma che per i toni non ha aiutato a dare la sterzata. A questo punto è chiaro, non solo per le pretese di tifosi e critica, che i trentadue esordienti Next Gen in prima squadra siano solo degli alibi e che l’appiattimento tecnico-tattico sia una responsabilità mal trasmessa dall’allenatore alla squadra. Chiesa non rende da seconda punta e gli ipotetici leader – sulla carta – non hanno i piedi per esserlo.
Calcetto – Un appunto anche al portiere Szczesny che quando parla di “pressioni” che un calciatore della Juventus dovrebbe saper gestire, non può non sapere che chi gioca anche solo «a calcetto» dà sempre il massimo, senza mai sorridere per una propria stupidaggine o per quella di un proprio compagno. Anche perché qualcuno glielo andrebbe a dire in faccia, mano o no davanti alla bocca. Il problema, in generale, non è di facile soluzione. Lo si veda “bianco” o “nero” a questo punto la discriminante per decidere non è il “come” ma il “cosa” si riuscirà ad ottenere. Anche perché l’unica alternativa, transitoria, si chiama Montero il cui nome non basterebbe per diminuire i rischi di questo finale di stagione.
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