L’intervista all’oppositrice
Ece Temelkuran: “La Turchia non è la Russia. Qui anche Erdogan crede alle elezioni”
La chiave della cocente sconfitta che l’Akp di Erdogan ha subito alle elezioni comunali di domenica è custodita nel cuore di Kasimpasa, distretto di Beyoglu, sponda europea. Erdogan è cresciuto qui, tra la scuola calcio e la moschea, una roccaforte conservatrice che per la prima volta, dopo 20 anni, ha scelto un sindaco dell’opposizione. La promessa del miracolo economico erdoganiano è implosa e con essa il club degli uomini del presidente. Kasimpasa passa di mano come altri quartieri di Istanbul feudo storico dei conservatori, persino Uskudar, dove il presidente ha ancora la residenza.
Il candidato dell’Akp, il tecnocrate Murat Kurum che avrebbe dovuto rappresentare la nuova generazione del partito, esce sconfitto con uno svantaggio di oltre 10 punti. Il repubblicano Ekrem Imamoglu, la stella dei liberal e dei moderati, e ora di fatto leader dell’opposizione, incassa una vittoria a valanga, così pure il sindaco uscente di Ankara, Mansur Yavas, e la sorpresa si ripete in tutto il Paese. Per la prima volta il Chp supera l’Akp nel voto nazionale, e conquista tutte le principali città turche – anche la tradizionalista Bursa e l’ultraconservatrice Adiyaman, nel sud-est – lasciando all’Akp i centri rurali dell’Anatolia centrale e le città sul Mar Nero, suoi antichi bacini di voti, adesso ristretti. Un successo elettorale che i socialdemocratici non vedevano da 4 decenni. In alcune zone dell’Anatolia aiutati anche dagli ultraconservatori islamisti di Yeniden Refah, che hanno rubato voti ai conservatori di Erdogan.
A pesare è stata soprattutto la crisi economica, con l’inflazione oltre il 67% e la lira in caduta libera rispetto al dollaro. I lauti sussidi pre-elettorali che avevano dopato la campagna elettorale prima delle presidenziali dello scorso anno, vinte poi da Erdogan ma di misura, questa volta non hanno funzionato. «I problemi sono stati insabbiati e ora è arrivato il conto», sintetizza l’economista Seda Demiralp.
Rispetto alle comunali del 2019, l’affluenza è scesa dall’85% al 76%, nel clima di apatia e disincanto generale l’astensione sembra aver penalizzato soprattutto il governo: «I suoi sostenitori hanno voluto manifestare la loro disaffezione non recandosi alle urne, non avendo interesse per i nomi e i discorsi presentati loro».
L’intervista all’oppositrice
Ma non è in crisi il messaggio populista di Erdogan, piuttosto la sua promessa di benessere, avverte Soner Cagaptay, direttore del programma Turchia del Washington Institute e uno dei massimi conoscitori di politica turca. «Adesso l’opposizione controlla l’80% dell’economia turca. E ha Imamoglu come leader. Il club di Erdogan invece è imploso, e lui ha il problema della successione: non c’è nessun candidato».
Non è la fine dell’erdoganismo: il Rais resta in sella e ha dimostrato di essere un abile camaleonte politico. Ma è certo la peggiore battuta d’arresto della sua carriera politica: la sua leadership ora è contendibile, e contesa. L’ha ammesso lui stesso nel discorso dopo il voto: «Queste elezioni sono state un punto di svolta. Abbiamo fatto errori, faremo autocritica».
È probabile che la sconfitta spingerà Erdogan a rivedere la squadra di governo e a cambiare alcuni ministri, ma soprattutto potrebbe frenare il progetto di cambiare ancora la Costituzione per lasciarsi aperta la porta di un terzo mandato nel 2028, nonostante abbia più volte detto che queste sono state le sue ultime elezioni. Soprattutto, l’emorragia di consensi appanna l’immagine dell’uomo solo e forte al comando, anche nel rapporti con i leader del mondo. Potrebbe ora cercare di riconquistare i voti degli islamisti con «una svolta a destra – conclude Cagaptay – magari con una riforma costituzionale che inserisca nella carta la tutela della famiglia sul modello di quelle polacche e ungheresi». Ma intorno ora ha più di un competitor pronto a dare battaglia
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