Trattativa dura tra Biden e Netanyahu sull’operazione militare a Rafah
Il quartiere di Rimal è nel cuore di Gaza City e tutti noi ne conserviamo tanti bei ricordi. Lì c’è infatti – o meglio c’era – un famoso centro commerciale, sempre pieno di gente. E pure il ristorante “Italiano”, il migliore del genere nella Striscia. Tutti ci sono andati almeno una volta, ed era anche il preferito delle mie figlie, che a volte si facevano consegnare anche a domicilio la pizza.
Sempre davanti all’ospedale di Al Shifa è stato distrutto il più antico albergo della Striscia, la Marna House, una villetta a tre piani riconvertita in un hotel, con un vecchio albero e un bel caffé. Un luogo che conosco da quando sono piccolo e che è sempre stato frequentato dai giornalisti stranieri, ci andavo spesso a bere qualcosa o a fumare la shisha. E chi di noi della Striscia non ha mai mangiato “il miglior falafel di Gaza” da Abu Dalal, sulla piazza omonima? L’ultimo l’ho preso un mese prima dell’inizio della guerra.
Se mai torneremo un giorno a Gaza City sarà difficile riconoscere il quartiere di Rimal, e sarà un dolore passare sopra le macerie dell’Italiano o di Abu Dalal. Tanto più per i palestinesi che in quei palazzi vivevano prima dei bombardamenti israeliani. Molti ora abitano qui nelle tende di Rafah, anche i più ricchi, e in questi giorni sono andato a far loro visita. Che dolore vedere le loro Mercedes parcheggiate davanti alle tende, simboli di un benessere che non esiste più. Le loro belle ville a Ramal sono state demolite dall’artiglieria e poi bruciate. Ne parlavo giusto qualche settimana fa con uno di loro, un avvocato, manager di una ong che si occupa di diritti umani. Aveva resistito mesi, dopo il trasferimento qui a Rafah, ma quando ha visto quelle immagini della sua villa distrutta a Gaza City si è comprato il passaggio in Egitto per sé e per la sua famiglia. «Devo salvare la mia famiglia prima dell’invasione di Rafah», mi diceva con le lacrime agli occhi. Ora è al Cairo e va avanti con i risparmi e con l’aiuto dei parenti che ha in Egitto.
Adesso che il 90 per cento dei palestinesi di Gaza ha perso il lavoro è questo il destino di tantissimi. Perché non abbiamo uno Stato e il riconoscimento internazionale, ma siamo una comunità solidale. Ci aiutiamo gli uni gli altri con l’ospitalità e il crowdfunding. Un’abitudine che non è venuta meno, anzi, ora che siamo tutti disperati.
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