Il Messico rompe le relazioni diplomatiche con l’Ecuador dopo l’irruzione della polizia nell’ambasciata di Quito
Il Cile di Boric, la Colombia di Petro, il Brasile di Lula, ma anche l’Uruguay di Pou e perfino l’Argentina di Milei, oltre all’Organizzazione degli Stati Americani, hanno speso parole di condanna che mettono all’angolo un leader politico di centro destra uscito dal nulla, considerato l’uomo che avrebbe salvato l’Ecuador dell’assedio dei Cartelli, ma adesso schiacciato dalla sua stessa arroganza. Figlio di una delle famiglie più ricche del Paese, con studi e formazione negli Stati Uniti, Daniel Noboa paga il prezzo dell’isolamento internazionale per aver copiato, goffamente, uno dei presidenti più acclamati a queste latitudini. Emulando Nayib Bukele, eroe dal pugno di ferro del Salvador, Noboa è arrivato a infrangere la Convezione di Vienna facendo assaltare ai suoi soldati l’ambasciata messicana a Quito.
Un atto a difesa della “sovranità nazionale” violando quella di un Paese ospite. Ha ordinato l’ingresso armato nei locali protetti da immunità diplomatica per arrestare l’ex vicepresidente dell’Ecuador Jorge Glas, fedelissimo di Rafael Correa con cui ha guidato il paese andino tra il 2007 e il 2018. Dal 17 dicembre scorso era rifugiato nell’ambasciata messicana dopo essere stato condannato a 6 e 8 anni di carcere per corruzione. Cresciuti insieme tra i salesiani dove si sono conosciuti quando erano scout, entrambi di origini umili, i due uomini si sono poi ritrovati in quel progetto del socialismo del XX secolo animato da Hugo Chávez.
Correa lo vuole come uomo di fiducia nel suo primo governo. Glas presiede le questioni legate alle risorse petrolifere, alle miniere, l’elettricità, le telecomunicazioni e l’acqua. Nel 2016 viene nominato super ministro dei progetti di ricostruzione in due province colpite da un terremoto che uccide 600 persone. Si ritrova a gestire 3 miliardi di dollari ottenuti con aumento delle tasse, donazioni e prestiti. Un prelievo che incrina la popolarità del presidente e sancisce l’inizio della sua fine.
Nel caso “Reconstrucción” avviato dalla magistratura emergono le prime corruzioni. Condannati entrambi, Correa prende il largo e raggiunge il Belgio dove si trova tutt’ora; Glas viene invece arrestato, subisce il doppio verdetto, si fa cinque anni di carcere dei 14 comminati. Alla fine del 2023 ottiene la libertà provvisoria ma il provvedimento viene revocato da un’ordinanza della Corte Suprema. L’ingegnere elettronico chiede ospitalità al Messico e si rifugia nell’ambasciata di Quito. Per due mesi il suo destino rimane appeso a un filo.
Eletto il 23 novembre scorso, Daniel Noboa si lancia nella sua crociata sulla legalità. Proclama lo stato d’eccezione in tutto il Paese, dichiara guerra al crimine, decide di riaffermare una sovranità azzoppata dalla violenza delle gang. “Tolleranza zero”, ha detto il presidente venerdì scorso. “Jorge Glas va catturato. Siamo un Paese sovrano e non permetteremo che nessun criminale rimanga impunito”. L’ambasciata messicana è stata circondata, i soldati hanno fatto irruzione; hanno trovato l’ex vicepresidente, lo hanno infilato a forza in una macchina della polizia e trasferito in una caserma. Il console Roberto Canseco, l’unico rappresentante presente, ha cercato di impedire l’arresto. Obrador gli aveva appena concesso asilo. È stato malmenato e sbattuto a terra.
L’aria dimessa, pieno di paura perché dice di temere per la sua vita, lo stesso Glass è finito poi a La Tuca, il famigerato carcere di massima sicurezza vicino a Guayaquil, sulla costa del Pacifico. Il Messico ha protestano con veemenza, ha denunciato l’incursione, ha interrotto le relazioni diplomatiche. Ieri tutto il personale dell’ambasciata ha preso un aereo commerciale ed è rientrato in patria. La tensione ha raggiunto il culmine. Mentre piovevano reazioni e condanne, un centinaio di persone si è radunato davanti all’ambasciata ecuadoriana in Messico. Tra urla e cartelli alzati, si sono sentiti gli slogan contro il “fascista” Noboa. A fronteggiare la rabbia e gli insulti c’era solo un addetto alla manutenzione. I locali erano vuoti. È da settembre 2023 che entrambi i Paesi non hanno un ambasciatore.
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