(di Paolo Petroni)
CHIARA MEZZALAMA, ”LE NOSTRE PERDUTE
FORESTE” (E/O – pp. 158 – 16,50 euro) – Tra eros e assenza,
tra vita e vita virtuale, tra l’incontro di persona e la
comunicazione a distanza si sviluppa questo lungo racconto di
Chiara Mezzalama che si svolge ai tempi della pandemia e ci fa
capire come quei giorni abbiano spezzato il cuore
metaforicamente a molti, come è successo invece davvero a
Olivier, l’uomo amato, nel momento in cui finalmente lei lo
stava per rincontrare dopo il lockdown.
Una storia di sentimenti e sesso quindi, concreta e vera, che
rimargina le ferite di una separazione dolorosa da un marito che
non è riuscito a accettare le scelte della moglie, di Chiara di
andare coi due bambini piccoli a vivere a Parigi e dedicarsi
alla scrittura. Un libro quindi che sanguina con le parole che
pian piano ridanno vita al corpo congelato dal lutto, che si
interroga, si rapporta alla natura, scivola inevitabilmente nei
ricordi, che vibrano come il desiderio di allora, come il
desiderio ora orfano. Nasce anche un confronto implicito tra la
morte ingiusta, improvvisa nel pieno dello slancio vitale di
Olivier e quella naturale del padre ”dopo una vita lunga, ricca
e piena” in famiglia, tutti assieme, vicini, non sentendo ”la
pelle che brucia, disertata dalla sua assenza. Sola e nascosta.
Abbandonata”.
Tra Roma, Parigi, la Toscana e la casa di Villafalletto in
Piemonte, tra Cuneo e Saluzzo, la dimensione salvifica è nel
rapporto con la natura, dalla stanza foresta del primo incontro
(”Quando la finestra si apre, con un cigolio di legno vecchio e
sformato, un ramo di quercia entra nella stanza, che diventa
foresta”) da cui escono ”risplendenti di luce” e più vivi che
mai, alla tortora che, al crepuscolo, si posa sulla sua finestra
senza che lei ancora sappia che è venuta a annunciarle la morte
di lui. Non c’è forse nulla come l’amore e la morte che ci
facciano sentire parte di un tutto, ”nella luce dorata di
questo pomeriggio di inizio estate, le bouganvillee esplodono di
rosa e di viola, il profumo del gelsomino invade le nostre
stanze. Un vento gentile mi accarezza il viso, danza nei miei
capelli: dove sono le sue carezze? Il ricordo delle sue mani
delicate e generose sulla mia pelle” e ancora fiori e piante
”generosi di ombra e di foglie sono lì a proteggermi”, ma
anche ”vorrei sprofondare nella foresta e sparire, diventare
muschio, fungo, corteccia, radice. Lui”. Viene in mente il
titolo con quelle ”nostre perdute foreste” in cui non può più
perdersi. E la domanda finale è ”di cosa si è immischiata la
morte?”.
Il sogno è quello dell’angoscia che si presenta in forma si
porcospino ”piantato nel ventre che non mi lascia più, I suoi
aculei scavano nella mia carne”. e rabbia, violenza, sentimento
d’ingiustizia fanno sì che ”mastico, mordo, frantumo gli aculei
del porcospino… gli aculei con le gengive che sanguinano…
Mastico, mordo, frantumo queste parole, fino a consumarle, a
consumarmi. Ma dovrò smettere” e un giorno forse ”accetterò la
sua norte come l’ultimo dono del suo gigantesco amore”.
Olivier innamorato aveva iniziato a scrivere. Amore e dolore
in Chiara si trasformano in parole, trovano la via della
scrittura, prima in francese, ”lingua d’amore e di legittima
difesa, scelta per necessità, senza pensare”, poi riscritta
dalla stessa autrice in italiano, non tollerando che ”un’altra
voce, nella traduzione, si insinuasse nell’intimità dell’amore e
del rapporto con la morte”. Quante altre storie e parole
avrebbe mai scritto Olivier? E’ una storia questa che offre ora
ai lettori Chiara, perché, come scrive lei, citando Vinciane
Despret: ”i morti fanno di coloro che restano dei fabbricanti
di storie”.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA