Ad André Le Notre, l’architetto paesaggista voluto da Luigi XIV per la progettazione dei giardini di Versailles, non piace la confusione, il caos che sembrano rappresentare le proposte di Sabine De Barra, cioè Kate Winslet appunto. Non c’è niente da fare: è difficile sfuggire all’idea, frutto di una abitudine linguistica, che il caos sia confusione. Eppure, ben prima di Nietzsche, Confucio, con una espressione resa celebre da Mao Ze Dong e poi di norma a lui attribuita, aveva sentenziato che se ‘grande è la confusione sotto il cielo allora la situazione è eccellente’. Perché?
Confusione, una parola di cui ci siamo già occupati e che ci ha portato fino ai confini della fisica delle particelle, è il primo sinonimo che ci viene in mente quando usiamo o ascoltiamo la parola caos. Tanto che per redimerlo c’è chi parla di ‘caos organizzato’ (c’è perfino un canale su YouTube, su X e su Facebook, una serie podcast e video che si chiamano così) e in questi casi però sappiamo che la bilancia pende sempre un po’ di più sul caos che sull’organizzazione e forse è questo che sfuggiva a André Le Notre e che rendeva affascinante ai suoi occhi Sabine De Barra. Sandro Veronesi ha intitolato il suo romanzo più celebre Caos calmo e l’ispirazione gli è venuta – almeno così scrive il protagonista – dall’osservazione di quello che fanno soprattutto gli adulti all’uscita di una scuola elementare quando vanno a prendere i figli:
“Il caos. Però un caos gioioso, privo di drammaticità, perché i bambini, anche se non sono ancora usciti, hanno già cominciato a spargere qua fuori la sostanza che permette loro di sopravvivere tra gli adulti, quella specie di antistaminico naturale che rilassa un po’ i genitori e li fa regredire, e li rende non solo compatibili ma talvolta addirittura complici del caos del quale loro, i bambini, si sentono parte“. E ancora: “genitori mollano per un breve lasso di tempo la civiltà alla quale sono inchiodati tutto il giorno e si comportano come i figli, caoticamente, rischiando di farsi investire, di perdere il cane, di rigare la macchina nel tentativo di infilarla in un buco troppo piccolo, e il vigile urbano che dovrebbe richiamarli all’ordine non può farci nulla”.
Si parla di caos organizzato anche a proposito della cosiddetta musica frattale perché all’orecchio suona diversa dalla musica cui siamo abituati, certamente non caotica nel senso in cui usiamo questa parola: deriva dalla geometria frattale, cioè quella scienza che si occupa di figure che riproducono all’infinito la propria forma ma in porzioni sempre più piccole e le cui proprietà sono state definite per la prima volta da Benoit Mandelbrot, matematico, fisico e ingegnere polacco naturalizzato francese e morto nel 2010.
Tenetevi forte, in natura un esempio di figura frattale è il broccolo romanesco ma anche quello siciliano: guardandoli nessuno ha l’impressione di qualcosa di caotico o casuale (a proposito: è appena il caso di notare che caso è l’anagramma di caos). Proprio come ascoltando musica frattale non abbiamo alcuna idea di caos perché in realtà quelle note sono comunque regolate, esattamente come la misura delle singole parti di un broccolo. In realtà né la vera teoria del caos (e non caso) né l’origine della parola rimandano al significato di confusione. In greco chaos (scritto con la lettera ki e quindi più o meno con una c dura aspirata) è in realtà uno spazio vuoto, uno spazio aperto (dunque ricco di possibilità) cui veniva contrapposto il Chosmos, il mondo ordinato, con tutte le cose al loro posto, potremmo dire, ma ormai definite. E’ in riferimento a quest’ordine, a cui siamo abituati e sul quale abbiamo costruito una scienza dominata dalle funzioni lineari e dunque dalla prevedibilità, che parliamo di caos in ogni occasione (che siano terremoti, perturbazioni atmosferiche o crolli di Borsa) in cui al posto di ciò che era prevedibile, con uno stacco, con uno sbalzo, succede qualcosa di diverso.
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