Inchieste e nomine nel mirino: la corsa di von der Leyen è piena di inciampi
Un ridimensionamento consistente per Roma. Non è un caso che il Triangolo di Weimar sia tornato a riunirsi dopo una pausa di oltre tredici anni. Il presidente francese, il Cancelliere tedesco e il nuovo premier polacco Tusk hanno rispolverato un vecchio accordo proprio per creare in Europa un nuovo equilibrio. In primo luogo sulla guerra in Ucraina, ma il patto si sta spostando a tutto il resto. «Giochiamo sulle nostre complementarietà», ha detto l’inquilino dell’Eliseo il mese scorso dopo l’incontro con gli altri due “colleghi”. Un “feeling” che prende spunto dalla circostanza che la Polonia sta diventando un punto di riferimento della Nato in Europa. Basti pensare che è tra i pochi partner che rispettano il contributo del 2 per cento del Pil per le spese militari. Varsavia è addirittura al 3,92 per cento. Più degli Usa. E non è un caso che la settimana scorsa i ministri degli Esteri dei tre paesi abbiano firmato un editoriale con un chiaro obiettivo: fermare il fronte pro-Putin delle destre del Vecchio Continente. «Non possiamo permettere alcuna “zona grigia”», scrivevano il 3 aprile scorso. I governi di Parigi, Berlino e Varsavia stanno diventando dunque la traslazione plastica della maggioranza europeista che fino ad ora ha prevalso nell’Europarlamento: Liberali, Socialisti e Popolari. Con poca simpatia nei confronti di Ursula von der Leyen. Per motivi diversi.
Il presidente francese, che l’aveva indicata cinque anni fa, si sente tradito dalle sue ultime mosse e ritiene che per affrontare i prossimi cinque anni serva un candidato più “pesante”. Addirittura all’ultimo Consiglio europeo aveva delineato l’identikit di un “tecnico”. Il Cancelliere, in qualità di leader della Spd, non è pronto a fare le barricate per la sua connazionale e sa che senza di lei può concedere ai sui alleati Verdi una poltrona da Commissario Ue. Il premier polacco non sopporta le concessioni fatte dalla Commissione ad alcun leader di destra, in primo luogo Meloni, che non hanno ambiguamente tagliato i rapporti con i fronti filorussi, in particolare quello dell’ungherese Viktor Orban. La presidente della Commissione ha iniziato così a capire che la linea seguita fino ad ora sta compromettendo la corsa alla conferma. Ieri, allora, ha aperto la campagna elettorale in Grecia con il premier popolare di Atene Mitsotakis. «Gli amici di Putin qui in Europa – ha sottolineato – stanno cercando di riscrivere la nostra storia e di sabotare il nostro futuro, come populisti o demagoghi, che si tratti dell’AfD in Germania o del Rassemblement National in Francia, di Konfederacia in Polonia o altri: i nomi possono essere diversi ma il loro obiettivo è lo stesso, calpestano i nostri valori e vogliono distruggere la nostra Europa. Non permetteremo mai che accada». Ma il feeling con la presidente del Consiglio italiano, che è stato ricercato tatticamente per avere qualche voto in più nel prossimo Parlamento e anche nel Consiglio europeo che dovrà indicare il nome del nuovo presidente della Commissione, si sta rivelando controproducente.
E infatti Antonio Tajani, ministro degli Esteri influente tra i popolari europei, inizia a usare prudenza: «Il Ppe ha votato al congresso, e suggerisce il nominativo di Ursula von der Leyen. Ma per il trattato non esiste ancora un candidato. È molto presto per capire come andranno a finire le cose». E Giorgia Meloni che aveva scommesso sull’amicizia vicendevolmente parassitaria con Ursula, sta comprendendo che potrebbe non essere più il cavallo vincente. E anzi che il processo della sua emarginazione nelle procedure decisionali di Bruxelles sta diventando allarmante. Le recenti proteste dell’Eurocamera nei confronti degli accordi siglati con la Tunisia e l’Egitto nell’entusiasmo della leader di Fdi sono stati solo l’ultimo avvertimento
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