È questo un tema che ritorna spesso, negli ultimi tempi. Più o meno in contemporanea se ne occupa ad esempio la “New York Review of books” (a proposito di una raccolta di saggi della scrittrice bostoniana) ricordando come, almeno dagli anni Settanta, studi critici e biografie abbiano ampiamente dimostrato la sua vera statura. Il libro di Martha Saxton (“Louisa May: A Modern Biography”, 1977, tradotto anche in Italia) e, più recentemente, le biografie di Harriet Reisen, Susan Cheever ed Eve LaPlante, e di studiosi come il premio Pulitzer John Matteson, hanno dimostrato che Alcott non era certo una autrice di «pappa morale per giovani» – come si definiva peraltro ella stessa, in modo decisamente (ferocemente?) autoironico. Aveva un orizzonte stilistico e immaginativo, infatti, molto vasto: scrisse racconti gotici, satire, racconti fantastici, romanzi per adulti, memorie e saggi, insistendo sulla necessità dell’indipendenza femminile e dei costi che essa implicava. Scrisse della sua rabbia per essere, come donna, un’affermata best seller ma pur sempre una cittadina di seconda classe. E lavorò duramente per costruire e mantenere la sua popolarità. Ma non solo.
In questa lotta esistenziale per affermare la propria identità e dignità, partecipò alla Guerra di Secessione americana come crocerossina (il padre si concesse una battuta forse non troppo elegante, quando venne assegnata a un ospedale vicino al fronte, e cioè che stava mandando alla guerra il suo unico figli maschio – come racconta la Saxton) conobbe e frequentò Giuseppe Mazzini, fu anche una donna d’azione. E soprattutto di strategie letterarie: nutriva infatti, e come darle torto, una passionaccia per thriller e romanzi gotici, possibilmente con episodi quantomeno deprecabili. Ne scrisse non pochi per riviste popolari proprio negli anni della guerra, pubblicandoli poi in volume con lo pseudonimo di A. M. Barnard; e con un ottimo riscontro di pubblico (in altri casi usò anche altri pseudonimi, meno fortunati). Nessuno mai sospettò di nulla. Solo nel 1943 sono state scoperte le lettere che le inviava l’editore chiedendole insistentemente di firmarsi col suo vero nome, visto che non c’erano pregiudiziali di sorta, né sociali né commerciali. Lei non ne volle sapere. Il suo segreto è rimasto inviolato per quasi un secolo. Bisognerà (ri)leggerla.
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