Il Trionfo è diventato un preciso riferimento , il vero protagonista di “Invisibili” lo spettacolo che il coreografo e regista francese Aurélien Bory ha messo in scena per il Teatro Biondo di Palermo e che da giovedì a domenica è in scena al teatro Astra di Torino per la stagione Palcoscenico Danza diretta da Paolo Mohovich.
La grande tela che rappresenta il “Trionfo” all’inizio è invisibile agli spettatori perché, stesa a terra, viene poco sollevata da un sistema di cavi e diventa uno sfondo.
Sullo sfondo dunque la grande tela delle stesse dimensioni dell’affresco ( sei metri per sei metri) e lo riproduce esattamente. Quella tela si muove, avanza, travolte, avvolge i cinque interpreti. Quattro ragazze e un nero nigeriano. E vale la pena fermarsi a parlare di lui Chris Obehi. Come il protagonista di “Io capitano” il film di Garrone, è passato attraverso la via crucis del migrante, ha percorso l’Africa, su un barcone ha attraversato il mare ed è sbarcato sulle coste siciliane. Ha avuto la fortuna di integrarsi con la cultura locale e addirittura diventare interprete di canzoni siciliane. E nello spettacolo non manca di dare forma a questa sua vocazione. All’interno di una colonna sonora che prevede Bach (la suite per violoncello n 2) Leonard Cohen (Allelujah) e Arvo Part. I cinque interpreti sono accompagnati all’harmonium e al sax da Gianni Gebbia.
Il regista ama nel corso dello spettacolo mettere in evidenza particolari dell’affresco. Individuare e risaltare in una immagine in bianco e nero i due levrieri che sono in altro a sinistra del dipinto. Oppure fare uscire dall’affresco e dare vita all’orante coperto da un robone medievale blu dai sottili bordi di pelliccia bianca.
Le quattro donne spesso nei loro movimenti di improvviso si arrestano in posizioni che richiamano le oranti del dipinto. Per essere poi all’improvviso quasi inghiottite da fondale che avanza minaccioso. Per poi ancora ricomparire al sollevarsi della tela.
Ci sono anche quattro sedie che si muovono sulla scena, unico elemento non chiaro. Mentre nel finale compare un gommone, uno di quelli con cui i migranti tentano di raggiungere le nostre coste. Vi si rifugiano i cinque protagonisti, mentre il musicista a spostato l’armonium a centro scena. Untubo collega il gommone allo strumento. E l’aria del gommone che si sgonfia alimenta una musica celestiale. Dunque la morte e la speranza unite.
Resta da considerare che ancora una volta un coreografo chiamato a creare a Palerno non può non lasciarsi ispirare dalla città. Anni fa Pina Bausch in “Palermo Palermo”, quello spettacolo dove sul palco crollava all’improvviso un muro ( che Bory non manca di ricordare nell sue note) aveva visitato le catacombe dei Cappuccini, quelle gallerie popolate da mummie di monaci che eternamente tappezzano i corridoi. La potenza di una città che ti cattura e ti strega.
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