Julie Christie è nata in India, a Chabua nell’Assam, il 14 aprile 1940, figlia di un piantatore di tea in quello che era ancora Impero Britannico e di una pittrice gallese, Rosemary, che la portò in Europa ancora bambina dopo la separazione dal marito. Battezzata col rito anglicano, studentessa in un collegio religioso (da cui viene espulsa), trova la sua strada a Londra, alla Central School of Speech and Drama, autentica istituzione del teatro inglese e da qui riesce a ottenere il primo ruolo nella serie tv “A for Andromeda” del 1961. Il grande successo di questo sceneggiato le permette di candidarsi al cinema dove Ken Annakin la sceglie nel cast di “Julie, perché non vuoi” del 1962. Perde la sfida con Ursula Andress per il primo film della serie 007 (ma è una fortuna, perché ha davvero poco della Bond Girl) e la chiama invece Joh Schlesinger per “Billy il bugiardo”, a caccia di una giovane attrice visto che è rimasto a terra dopo il rifiuto della prima candidata. In coppia con Tom Courtenay diventa subito il simbolo della Swinging London, giovane, bella, arrabbiata e ribelle alla tradizione inglese. Sono gli anni della generazione hippie, del libero amore, del rifiuto del capitalismo e della conservazione.
Julie si ritrova in pieno in questo modo di viere che le apparterrà del resto per tutta la vita. Nel ’65 fa il grande salto grazie ai suoi maestri (Schlesinger e Lean) con l’accoppiata “Darling”e “Zivago”.
All’inizio degli anni’70 sbarca stabilmente in America, si lega sentimentalmente a Warren Beatty (con cui fa coppia nel meraviglioso “I compari” di Robert Altman che le vale una seconda nomination all’Oscar). Non ha un carattere facile (“era meravigliosa – ricorda Beatty – ma anche la donna più nervosa che ho mai incontrato”), detesta il ruolo della star (“era come vivere con del chewing-gum nei capelli”), ma dopo il successo de “Il paradiso può attendere” tronca di netto la sua vita americana e si rifugia nel Galles, tra le pecore e le galline della sua fattoria.
Da allora ha sempre accettato pochi e selezionati copioni per il cinema, spesso preferendo dei “cammei” o dei ruoli secondari come in “Prigioniero del passato” di Alan Bates o “Calore e polvere” di James Ivory. Rifiuta la parte in “American Gigolo”, accetta l’offerta di Kenneth Branagh per la sua unica apparizione scespiriana (“Hamlet”), bussa per la terza volta all’Oscar con “Afterglow” di Alan Rudolph nel 1997.
Da allora ha giocato con il suo mito in piccoli ruoli da “Troy” a “Harry Potter”, ma solo due volte è tornata al centro della scena: nel 2006 con “Away from Her” in cui interpreta una donna malata di Alzheimer (da cui è nata la leggenda ricorrente che soffra dello stesso male) e con “La regola del silenzio” del 2012 per cui non ha saputo negarsi al grande amico Robert Redford.
Quando sta a Londra vive in un appartamentino anonimo del West End insieme al suo compagno, il giornalista Duncan Campbell, va a fare la spesa in autobus e, appena può, torna in campagna.
“Recitare – ha detto in una delle sue rare interviste – mi portava via dalla vita vera che io volevo. Non sono mai stata, purtroppo, un’attrice totalmente devota a questo mestiere. Non ho nulla contro l’edonismo perché la vita è bella e va vissuta, ma ognuno ha i suoi piaceri. Il mio non è sotto i riflettori”.
Bionda, capace di mutare lo sguardo dall’ironia alla passione, dalla risata al pianto, capace di arricciare la bocca bellissima per assecondare i profondi occhi azzurri, Julie Christie è ormai un mito oltre la sua volontà: per la sua generazione almeno è la portabandiera di un modo di vivere che rifiuta la convenzione, crede nei valori, ama le persone o non le loro apparenze.
Vegetariana, ambientalista, di idee progressiste, Julie è anche oggi la donna che guarda il mondo e si dice: “Via dalla pazza folla”.
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