ANGELO CAROLI, DA “STAMPASERA” DEL 27 SETTEMBRE 1976
Aveva la mia età: era nato il 14 aprile, il mio stesso mese, del ‘37. Sottolineammo spesso questo particolare, sorridendoci sopra in modo infantile, come fanno i ragazzi che si raccontano tutto della propria vita. Conobbi Carletto nel 1955. Ero stato acquistato dalla Juventus. Erano i tempi di Puppo.
Nelle giovanili bianconere cresceva un fanciullo di talento, biondo, riccioluto, svagato, occhi chiari, un sorriso perenne ma non disteso, direi apprensivo, quasi che quell’aria apparentemente tranquilla occultasse chissà quali sedimenti di segrete preoccupazioni. Faceva il portiere, aveva due gambe un po’ arcuate, secche come rami secchi, che facevano contrasto con quel faccino a tutto tondo e rosato come quello dei celebri putti di Luca della Robbia. Faceva il portiere ma non volava. Il suo talento lo spingeva alla riflessione: aveva avuto maestri come Sentimenti IV e Viola: il suo primo istruttore fu Bertolini, il lunghissimo mediano che avvolgeva la propria testa con un vistoso fazzoletto e fece grande la Juve degli anni ‘30.
Carletto era puntiglioso: il più severo critico di se stesso. Accettava la bravura altrui quando era geometrica, scontata, calcolata ed esaltata dallo stile e dalla classe: rifiutava i gol scaturiti per caso, da una pedata male assestata, che imprimeva al pallone traiettorie vaganti, inattendibili. Si indispettiva spesso con il sottoscritto, che aveva il piede ruvido, e che lo superava con pallacce sbilenche e senza senso. Sorridevamo anche di questo. I palloni, intanto, continuavano a finire nelle braccia di quel portierino che in pochi anni bruciò la concorrenza, da Viola a Vavassori, a Romano.
Disputò una stagione con Parola nell’Anconetana, poi vinse tre scudetti nella Juve. Fu convocato nella Nazionale che viaggiava verso Santiago del Cile, mondiali del ‘62. Fu la stupefacente stagione vissuta nel Palermo a consacrarlo. Carletto ricordava volentieri quell’anno, la Sicilia, quei soli che si sfacevano al tramonto come tante arance, quel calore della gente del Sud. In Cile visse un’esperienza amara. L’Italia fu sconfitta per 2 a 0 dal Cile, dopo 90’ tempestosi Per quell’evento, Carletto spesso si rabbuiava: aveva subito da Carosio un’ingiustizia radiofonica. La celebre «voce» calcistica accusò Mattrel di aver lasciato i pali per raccogliere il berretto depositato vicino a un montante. E per questo episodio il portiere avrebbe subito dal Cile un incredibile gol. Mattrel si turbava e sempre smentì Carosio, rifiutandone la versione.
Erano rari i momenti di turbamento di Carletto. Era un uomo felice, viveva per il lavoro e per la famiglia. Una corsa per migliorare la propria posizione sociale, con una condotta di vita decorosa, serena, onesta. Ieri, Carletto ha interrotto bruscamente questa corsa e lascia la moglie Grazia, i figli Diego di 11 anni e Pier Carlo di 7. E lascia una nuvola di amici, con i quali discuteva di lavoro e di calcio, con i quali trascorreva week-end sportivi, per allungare illusoriamente i ricordi, le domeniche festose negli stadi.
Conobbi Mattrel nel ‘55; da allora l’ho frequentato spesso. Non cambiava mai: sempre pacato, disponibile, giovanile. E ora lo piango, incapace di pronunciare una sola sillaba. Soltanto silenzio.
UN SIMPATICO RICORDO DELLO STESSO ANGELO CAROLI
Nella tournée in Scandinavia del 1957 si verificò un episodio piccante. Nonostante fosse il mese di agosto la temperatura non era estiva. Carletto Mattrel fu sorpreso dai compagni di squadra mentre si rifugiava nella propria camera insieme con una splendida fanciulla dagli occhi azzurri come il mare e una cascata di capelli che ricordavano i campi di grano del Texas. Carletto non si accorse di nulla e andò a letto tranquillo. Umberto Agnelli fu messo al corrente. Bisognava mandare a monte quella notte d’amore. Il presidente bussò alla sua camera, ma non ebbe risposta. Bussò di nuovo, ancora silenzio. A quel punto Agnelli, con tono divertito ma severo, aggiunse: «Apri. So che sei lì dentro e che non sei solo». Mattrel uscì dalla camera con un pallore lunare diffuse sulle gote rotonde. Umberto chiese spiegazioni e Carletto replicò con stupore candido e con prontezza sbalorditiva: «Avevo freddo e ho pensato di scaldarmi un poco». Tutto si concluse con una risata omerica. Raccontarono l’episodio, molti anni dopo, alla moglie Grazia. Rise anche lei, con tenerezza. Erano tempi scapigliati, spensierati e i ritiri sembravano Luna Park…
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