Mario Mattei, il capofamiglia, viveva con la moglie e i suoi sei figli in un alloggio di 50 metri quadri, di mestiere faceva il netturbino. Era segretario della sezione del Movimento Sociale Italiano (MSI) del popolarissimo quartiere romano di Primavalle. La sua attività politica e la militanza della sua famiglia erano viste come inaccettabili dalla sinistra. L’attentato fu pianificato ed eseguito da un nucleo di militanti di Potere Operaio, un gruppo di estrema sinistra. Gli esecutori, identificati come Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo, erano figli della grande borghesia. Si scoprì in seguito che anche altri tre militanti erano coinvolti nella strage: Paolo Gaeta, Elisabetta Lecco e Diana Perrone, figlia di stramiliardari da generazioni e allora proprietari de “Il Messaggero”. Agirono con cieca ferocia nel cuore della notte, lasciando una rivendicazione che proclamava la lotta di classe e la morte ai fascisti. La loro lotta di classe. Contro una famiglia di povera gente, davanti alla cui porta di casa misero una latta di cinque litri di benzina e acido solforico, perché l’incendio fosse meno estinguibile, con tanto di innesco. Quando l’incendio divampò Mattei provò a spegnerlo con due bottiglie di schiumogeno e riuscì a creare un passaggio da cui passarono la moglie Annamaria con i figli Antonella e Gianpaolo di 9 e 3 anni, buttandosi dal balcone. Silvia, 19 anni, si buttò dalla veranda della cucina. Papà Mattei si buttò dal balcone e ferito riuscì a prendere al volo Lucia di 15 anni. Stefano e Virgilio rimasero prigionieri delle fiamme. Spirarono bruciati vivi mentre la folla radunatasi sotto casa gridava loro di buttarsi, ma Virgilio nel tentativo di salvare il fratellino, era ormai come una statua annerita con Stefano carbonizzato attaccato alle sue gambe.
L’immagine di Virgilio, affacciato alla finestra dell’appartamento in fiamme, cercando disperatamente di salvare suo fratello Stefano, divenne simbolo di una tragedia italiana.
Fu avviata dai maggiori organi di stampa con l’appoggio di decine di intellettuali, scrittori, uomini e donne di cinema e di teatro una vergognosa campagna di diffamazione e depistaggio che sosteneva essere stato l’attentato il frutto di una faida interna al Msi. Tra tutti si distinsero Dario Fo e Franca Rame, Alberto Moravia, il poeta Bellezia, perfino il pittore Schifano e tanti altri più o meno conosciuti che volevano appuntarsi la medaglietta dell’antifascismo militante.
Il processo agli imputati si trasformò in un lungo e tormentato percorso giudiziario. Furono fatti diversi processi fino alla Cassazione che dispose un processo d’Appello bis in cui furono condannati i tre a 18 anni, non per strage ma per incendio doloso e duplice omicidio colposo. Scarcerati dopo la prima sentenza ripararono, con l’aiuto di campagne vittimiste e di Dario Fo e Franca Rame, in sudamerica. Non pagando per l’efferato delitto ma rifacendosi una tranquilla vita all’estero. Clavo non rimpatriò mai, mentre Lollo è rientrato in Italia, prima di morire, per estinzione della pena.
A distanza di decenni, il rogo di Primavalle rimane un monito potente contro i pericoli dell’estremismo e della polarizzazione politica. La memoria finalmente condivisa di Virgilio e Stefano Mattei persiste, nella coscienza di tutti gli italiani, come simbolo delle vittime innocenti di una contrapposizione che ha troppo spesso superato i confini della ragione e dell’umanità. Per onorare le vittime e prevenire future tragedie, è essenziale che la società rifletta sui fallimenti del passato e si impegni a bandire la violenza comunque si manifesti.
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