A teatro e in tv sorprende per come affronta temi importanti con il sorriso e una garbata ironia. A teatro (dal 19 all’Alfieri di Torino) è protagonista con Massimo Ghini di “Quasi amici”: «Abbiamo adattato un film bellissimo. C’è un uomo che ha una disabilità fisica perché tetraplegico ma anche una nell’accogliere la felicità- spiega-, e un altro che ha avuto sventure diverse e ha una difficoltà nell’apprezzare la cultura, la poesia, la gentilezza. Entrambi si prendono cura l’uno dell’altro. L’obiettivo è raccontare come si può sormontare una disabilità grazie all’amore».
Il suo personaggio, Driss, è un po’ spietato. Quanto c’è di lei?
«Senza pietà ma ricco di pietas. È molto empatico. Anche io sono così. Lavoro con tante persone disabili e non ho mai detto a nessuno “poverino”. Mi sembra di distinguerli e frequentare una forma di razzismo incredibile. Un’ipocrisia che mette una barriera orrenda tra me e un essere umano. Più che poverino, una persona disabile vuole sentirsi dire “tu vali quanto me”. Non vedo la diversità ma l’unicità e, come me, hanno diritti, doveri e, in uno stato civile, devono avere degli aiuti nella misura in cui hanno degli impedimenti».
Esistono ancora barriere?
«Non penso che l’Italia sia un paese razzista, accadono dei casi, ma sono sporadici, mi piace ascoltare sempre di più la foresta che cresce dell’albero che cade. Ci sono persone disabili che hanno qualità di vita eccellente e poi ci sono ancora quelli che parcheggiano nei posti dei disabili. Ecco combattiamoli così come le barriere architettoniche, cercando di essere coerenti».
Il ménage con Massimo Ghini?
«Siamo più che “quasi amici”. Abbiamo fatto circa nove film insieme, ce n’è uno a cui sono molto legato, “Ragazzaccio”, in cui l’ho diretto. È come Harrison Ford, sa fare tutto: il tetraplegico, il Papa, ora interpreta Ennio Doris. Riesce a essere credibile in qualsiasi ruolo si cala perché lo fa con passione, professionalità, dà sempre più valore al personaggio che a sé stesso. Ci divertiamo molto ed è sempre una grande emozione».
Ritorna a teatro dopo l’estate con un nuovo progetto con protagonisti sempre attori disabili.
«Din Don Down sarà il titolo e il cast sarà lo stesso di Up&Down. Nel precedente spettacolo c’era un clima di varietà e l’elemento di ricerca era la felicità, qui ci troveremo in una strana parrocchia dove l’elemento dell’indagine sarà Dio e il sacro. Ci interrogheremo su argomenti un po’ più altini».
Perché questa scelta?
«In un momento come questo parlare di amore o Dio è rivoluzionario e sconvolgente. Quando, invece, dovrebbe essere quasi banale. Il problema è che sui social gli argomenti grossi diventano nulla. La guerra e le morti diventano tifo. Io tifo Israele, tu tifi Palestina. Hanno ridicolizzato il dolore, la tragedia».
Crede ci sia stato un abbassamento culturale e sociale?
«Credo che le nuove generazioni siano molto più colte rispetto alla mia. Hanno una coscienza su ambiente ed ecologia, prontezza verso la diversità, orientamento sessuale o colore della pelle differenti. Ma penso ci sia un abbassamento mirato e che ci sia sfuggito qualcosa di mano. L’uomo è un animale sociale e non social. Vero è che siamo in un fase in cui l’uomo per abituarsi a una nuova invenzione ci impiega una trentina di anni, quindi, noi abbiamo inventato le star ma anche il web, che è straordinario, una tecnologia meravigliosa, ma non sappiamo gestirlo e ancor meno legiferare in merito».
Perché lavora con le persone down e con i bambini ?
«Per la noia e per la voglia di imparare. I bambini mi insegnano con la loro purezza e visione del mondo disincantata. Loro non farebbero mai una guerra. Una persona down anche. La domanda è: perché io che posso comunicare qualcosa di più gentile rispetto a quello che fanno invece altri che criticano, diffondono la diffidenza e l’essere sospettosi nei confronti del prossimo?».
Che bambino era?
«Molto casalingo e sognatore. Da adolescente è esplosa la mia vena artistica. Frequentavo un liceo classico, dove si studiava da matti e sono diventato un grande ribelle, allergico alla disciplina. Ero l’ultimo di tre fratelli con un padre militare. Quindi, ho praticato la ribellione a modo mio durante tutta la vita, ma in maniera molto pacifica».
Sogna ancora?
«Mi piacerebbe fare la “Corrida”, ho storie che vorrei realizzare per cinema, teatro e tv. Soprattutto vorrei migliorare la qualità del sorriso delle persone, farle stare bene attraverso il divertimento».
Ex dipendente comunale ha lasciato tutto a 23 anni quando è stato preso a MTV. Poi è arrivato il cinema, la conduzione, il teatro, la scrittura. Cosa è rimasto in lei di quando ha iniziato?
«La voglia di sperimentare, osare, essere scellerato, a volte incosciente e un po’ maleducato. Poi la voglia di chiedere meno permesso. Da livornese si diceva: meglio chiedere scusa che permesso. Ho creato la mia società con cui posso fare le cose perché non ho più voglia di chiederle. Intanto a chi le chiedi? La maggior parte della classe dirigente che fa cultura, arte, intrattenimento in questo Paese è miope. Ho letto un articolo su Francis Ford Coppola, il suo film non lo voleva distribuire nessuno. Uno come lui, che ha fatto Il Padrino, Apocalyps now, deve andare a parlare con un ragazzino di 25 anni che è a capo di una piattaforma che ti dice “guardi non ci interessa perché il suo film è un po’ troppo alto”. È surreale».
Cosa direbbe al Paolo degli esordi?
«Di non avere paura».
E al Paolo di oggi?
«Di non avere timore nell’essere troppo di rottura a volte. Penso che mentre tutti si mettono a fare i gourmet, io propongo un panino al prosciutto. Gli altri fanno nouvelle cousine ed io rischio di essere un eversivo. In realtà, sono solo qualcuno che fa qualcosa di semplice».
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