Le Terapie di Affermazione del Genere, originariamente accolte come un progresso rispetto alle critiche e obsolete terapie di conversione (protocolli terapici finalizzati a reinstradare gli omosessuali verso l’eterosessualità), sono ora esaminate per le loro implicazioni etiche e metodologiche. Come riportato da “Il Foglio”, critici come Andrew Doyle sostengono che tali pratiche non sono dissimili dalle vecchie terapie di conversione, soprattutto alla luce delle evidenze presentate nel rapporto della dottoressa Hilary Cass, sullo stato della medicina di genere nel servizio sanitario inglese, che ha indotto una revisione critica delle pratiche mediche nei confronti di minori transessuali nel Regno Unito, sospendendo la somministrazione dei farmaci che bloccano la pubertà. Questo dibattito sta sollevando questioni fondamentali sulla responsabilità medica e sui diritti dei minori, evidenziando la mancanza di certezze che sostengano la sicurezza e l’efficacia di tali interventi sul lungo termine.
La teoria gender ha originato anche in Italia dibattiti e contrapposizioni talvolta molto aspri, specialmente quando si è provato in passato ad introdurre in alcune scuole primarie, elementi del genderismo ideologico nella didattica. La allentata presa culturale e il cambio di visione del nuovo ceto politico al governo hanno creato le condizioni per inviare ispettori del ministero della sanità all’ospedale di Careggi, dove si tratta la disforia di genere in Italia.
I cambiamenti di impostazione in organizzazioni come Stonewall e Mermaids evidenziano una spaccatura ideologica significativa all’interno della comunità LGBT+. Un tempo unite nel promuovere l’accettazione e i diritti, questi organismi ora si trovano divisi tra chi sostiene le transizioni di genere precoci come un diritto inalienabile e chi critica la velocità e la superficialità delle diagnosi e delle terapie proposte. Inoltre si critica che spesso i protocolli vengano attivati senza un adeguato previo supporto psichiatrico e psicologico, paventando danni irreversibili per chi, in una fase successiva, volesse intraprendere il percorso inverso. Ed in ogni modo causando, secondo la fazione critica, potenzialmente più danni che benefici.
La svolta di queste organizzazioni ha sollevato preoccupazioni su un potenziale smarrimento delle lotte storiche per i diritti delle comunità gay e lesbiche. Le implicazioni delle nuove politiche di genere sono profonde. In Italia personalità come Aurelio Mancuso e Anna Paola Concia hanno apertamente criticato l’approccio attuale, evidenziando come l’ideologia gender prevalente possa effettivamente erodere le conquiste ottenute duramente nel corso dei decenni per la visibilità e l’accettazione dell’omosessualità, trasformando queste nuove pratiche in una forma di negazione culturale. L’ideologizzazione genderista, secondo la Concia, spinge verso una sorta di omologazione, una minaccia all’esistenza stessa delle identità omosessuali e lesbiche.
La scrittrice Susanna Tamaro, in un bello e toccante articolo autobiografico sul Corriere della Sera, offre una prospettiva unica e personale sul dibattito. La sua storia di realizzazione e accettazione di sé come donna, nonostante una giovinezza vissuta sentendosi “nel corpo sbagliato, mi sono scoperta donna”, rappresenta un importante contributo al dibattito sulla transessualità. La sua esperienza sottolinea la necessità di una comprensione più profonda delle questioni di genere, che vada oltre le etichette e le soluzioni rapide. Mette in luce le sfide personali e sociali legate alla scoperta e all’accettazione della propria identità di genere in un mondo che spesso cerca soluzioni rapide e definitive a questioni complesse. Il suo racconto personale fornisce una testimonianza emotiva e riflette sulla necessità di un approccio più misurato e personalizzato, anche perché, come nel suo caso, la sua infanzia in cerca di un’identità è stato un percorso che è arrivato da solo, senza farmaci e senza ossessioni. Ha solo avuto bisogno del suo tempo.
Il dibattito sull’identità di genere e dei suoi disturbi richiede una riflessione approfondita da parte di tutti e un dialogo aperto, senza banalizzazioni. Ogni decisione che viene presa avrà ripercussioni sulla vita di individui, famiglie e comunità. La questione non è solo medica o sociale ma tocca il cuore stesso di come definiamo e comprendiamo l’umanità in tutte le sue forme. La lacerante sofferenza di chi soffre di disforia di genere non può essere relegata alle semplificazioni ideologiche degli agit-prop o alle carnevalate stile gay-pride, ma deve essere un tema rilevante che investe, laicamente, tutta nostra società senza pregiudiziale alcuna e come tale deve essere affrontato dalle politiche future.
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