Concepita ancora in epoca commissariale e risparmiosa, è stata un’inaugurazione alla doppia insegna del centenario pucciniano e dell’usato sicuro: “Turandot” nel vecchio fastosissimo spettacolo di Zhang Yimou, quello di “Lanterne rosse” e molto altro, risalente addirittura al 1997 e rimontato con amore da Stefania Grazioli. E allora avanti con valanghe di pagode e ventagli, palanchini e comparse, sipari e siparietti, ideogrammi e lanterne però bianche: un super ristorante cinese che, a differenza di quello zeffirelliano, è pensato da un cinese vero, come si vede per esempio nell’esuberanza cromatica dei sontuosissimi costumi con accostamenti (per noi occidentali) impossibili, se non forse per i daltonici. Prima di segare e scapitozzare, il boia fa le capriole (fra parentesi: questa degli esecutori di giustizia saltellanti sta diventando una moda: anche nell’ultimo “Don Carlos” del Met – bellissimo, per inciso – si grigliavano eretici fra esultanze grulle da “Candide” di Bernstein: “What a day, what a day / for an auto-da-fé!”). Poi ci sono anche dei balletti, tipo quadro “cinese” in una rivista anni Trenta, solo che poi non spunta Wanda Osiris ma una Turandot preceduta da comparse che agitano le braccia tipo dea Kalì, nell’estetica del più ce n’è e meglio è si confondono addirittura gli esotismi. Insomma, una festa per gli occhi, con le madame fiorentine in estasi per la Turanda finalmente “come la voleva Puccini”. Resta la nostalgia per i bei tempi che furono, quando per uno spettacolo solo si potevano spendere somme con cui oggi si farebbe una stagione intera. È chiaro che si tratta di un tipo di teatro musicale che non esiste più; e francamente non so se sia un bene o un male.
Oggi come nel ’97, dirige Zubin Mehta, l’Highlander della musica. Gli ottantotto anni si sentono nella dilatazione dei tempi, specie nel primo atto, e nel fatto che forse il podio non mette più tutti in sicurezza in automatico come un tempo: per il resto, super Zubin resta l’uomo al mondo che, da sempre, dirige “Turandot” meglio di chiunque altro. Compagnia senza grandi nomi e, se non brillante, efficiente. Olga Maslova è un
po’ leggerina per la Principessa, ma almeno la canta invece di strillarla come fan (quasi) tutte, quindi bene. Bene pure SeokJong Baek come Calaf solido benché da sgrossare, voce molto interessante con un discreto squillo in alto. Valeria Sepe esagera con i filati e quindi risulta una Liù eccessivamente querula; professionale il Timur di Simon Lim, ovviamente con barba fino ai piedi. Le maschere sono dei giovani, Lodovico Filippo Ravizza, Lorenzo Martelli e Oronzo D’Urso, tutti e tre con voci assai interessanti: personalmente però penso che queste parti di carattere vadano date a gente d’esperienza, anche un po’ marpiona. A proposito: migliore in campo, l’Altoum di Carlo Bosi.
Anzi, no: migliori in assoluto l’Orchestra, il Coro di Lorenzo Fratini e anche quello di voci bianche di Sara Matteucci, meritevoli di un monumento davanti alla Leopolda. Il vero patrimonio del vecchio glorioso Maggio sono loro; ed è da loro che si può e si deve ripartire. Accoglienze, come si è detto, trionfali.
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