I documentaristi sono partiti con un’idea di base per lasciarsi sorprendere man mano da avvenimenti che non si aspettavano: “Ci sono cose che non potresti prevedere”, dice Berlowitz “come quando il maschio Shankar (considerato un pericolo per i cuccioli, ndr.) ha ucciso un orso e lo ha regalato ad Ambar, una cosa mai vista o filmata prima di oggi. Questo è stato possibile perché le riprese sono durate 1500 giorni lungo cinque anni in cui siamo tornati a più riprese in India. Così non fosse stato, difficilmente saremmo riusciti a riprendere una caccia portata a termine da Ambar, considerato che anche se la tigre è considerata un predatore letale, 19 tentativi su 20 falliscono perché le prede ne percepiscono la presenza in tempo per mettersi in salvo”.
Certamente un uomo non riuscirebbe a scampare a un attacco se dovesse avvicinarsi a pochi metri di distanza, come sembrano mostrare le riprese molto intime della vita di questi felini girate dai due registi. “Questo miracolo è dovuto all’avanzamento della tecnologia, perché anche solo 5 anni fa non sarebbe stato possibile girare immagini così ravvicinate”, spiega Sullivan. “Oggi infatti possiamo utilizzare teleobiettivi da 1000 millimetri con cui si può avere un primissimo piano di una tigre distante 60 metri, con stabilizzatori elettronici in grado di tenere ferma l’immagine anche se le riprese dell’animale in movimento avvengono a bordo di una jeep che si muove sul terreno dissestato”. È grazie a tutto questo che i documentaristi sono riusciti a girare momenti straordinari, come quando le piccole rane si aggrappano sul dorso della tigre assopita per cacciare le mosche che la infestano. Prima di balzare via leste al suo risveglio.