Il fascismo però non nacque quel giorno. L’Italia era uscita dalla Prima guerra mondiale impoverita e scossa da forti tensioni sociali. L’insoddisfazione verso i governi liberali era diffusa, e trovava sfogo in due direzioni. La prima era quella degli ideali socialisti e comunisti, rafforzati dagli echi della rivoluzione russa e che su concretizzò nei moti del 1919-1921, il biennio rosso in cui si susseguirono scioperi e tumulti nelle campagne, picchetti e occupazioni nelle fabbriche, scontri con le forze di polizia. L’altra e opposta valvola di sfogo delle tensioni sociali fu quella che si richiamava alla mitizzazione della Grande guerra, all’interventismo che l’aveva preceduta e che proveniva dalla tradizione nazionalista e antiaustriaca originatasi durante il Risorgimento (definita irridentismo e inizialmente trasversale alla destra e alla sinistra), al movimento culturale futurista.
Tra le formazioni interventiste nate con lo scoppio della Prima guerra mondiale, a fine 1914, vi furono i Fasci di azione rivoluzionaria, tra i cui fondatori vi era Benito Mussolini, all’epoca giornalista trentunenne appena espulso dal Partito socialista italiano. Nel maggio 1915 l’Italia entrò in guerra e avendo ottenuto il proprio obiettivo questa formazione esaurì la propria attività. Quell’anno, sul Popolo d’Italia da lui stesso fondato Mussolini scrisse per la prima vota di un “movimento fascista”, definendolo un’associazione di “spiriti liberi”, un “antipartito”. Buona parte di quei primi fascisti, rispondendo a un appello di Mussolini, parteciperanno nel marzo 1919 alla fondazione di un nuovo movimento che si diceva di sinistra, i Fasci italiani di combattimento. Accanto al nazionalismo, i primi ideali erano il repubblicanesimo, l’antiparlamentarismo e l’anticlericalismo. A settembre i fasci sostennero esplicitamente l’occupazione da parte di un gruppo di militari ribelli, guidati dal poeta Gabriele D’Annunzio, della città di Fiume, contesa tra l’Italia e il Regno di Jugoslavia.