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Come i fascisti arrivarono a marciare su Roma

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Ultimo aggiornamento 28 Ottobre, 2022, 00:14:45 di Maurizio Barra

Cento anni fa, il 28 ottobre 1922, gli squadristi del Partito nazionale fascista occupavano Roma, reclamando che il governo del Regno d’Italia fosse affidato al loro duce, Benito Mussolini. Il Re Vittorio Emanuele III avrebbe esaudito la richiesta due giorni dopo.

Il fascismo però non nacque quel giorno. L’Italia era uscita dalla Prima guerra mondiale impoverita e scossa da forti tensioni sociali. L’insoddisfazione verso i governi liberali era diffusa, e trovava sfogo in due direzioni. La prima era quella degli ideali socialisti e comunisti, rafforzati dagli echi della rivoluzione russa e che su concretizzò nei moti del 1919-1921, il biennio rosso in cui si susseguirono scioperi e tumulti nelle campagne, picchetti e occupazioni nelle fabbriche, scontri con le forze di polizia. L’altra e opposta valvola di sfogo delle tensioni sociali fu quella che si richiamava alla mitizzazione della Grande guerra, all’interventismo che l’aveva preceduta e che proveniva dalla tradizione nazionalista e antiaustriaca originatasi durante il Risorgimento (definita irridentismo e inizialmente trasversale alla destra e alla sinistra), al movimento culturale futurista.

Tra le formazioni interventiste nate con lo scoppio della Prima guerra mondiale, a fine 1914, vi furono i Fasci di azione rivoluzionaria, tra i cui fondatori vi era Benito Mussolini, all’epoca giornalista trentunenne appena espulso dal Partito socialista italiano. Nel maggio 1915 l’Italia entrò in guerra e avendo ottenuto il proprio obiettivo questa formazione esaurì la propria attività. Quell’anno, sul Popolo d’Italia da lui stesso fondato Mussolini scrisse per la prima vota di un “movimento fascista”, definendolo un’associazione di “spiriti liberi”, un “antipartito”. Buona parte di quei primi fascisti, rispondendo a un appello di Mussolini, parteciperanno nel marzo 1919 alla fondazione di un nuovo movimento che si diceva di sinistra, i Fasci italiani di combattimento. Accanto al nazionalismo, i primi ideali erano il repubblicanesimo, l’antiparlamentarismo e l’anticlericalismo. A settembre i fasci sostennero esplicitamente l’occupazione da parte di un gruppo di militari ribelli, guidati dal poeta Gabriele D’Annunzio, della città di Fiume, contesa tra l’Italia e il Regno di Jugoslavia. 

Gabriele D'Annunzio a Fiume, 30 maggio 1920 y Fototeca Gilardi/Getty Images

Gabriele D’Annunzio a Fiume, 30 maggio 1920

A novembre i fasci si presentarono alle elezioni politiche nel solo collegio di Milano, ottenendo 4657 voti e nessun eletto. Alla sconfitta elettorale  reagirono con una netta svolta a destra, sancita dal congresso di Milano del 1920, proponendosi come punto di riferimento politico della borghesia produttiva e dei ceti medi e come opposizione al bolscevismo, la dottrina marxista i cui aderenti erano nel frattempo saliti al potere in Russia. Una svolta che portò alla rottura con i futuristi, con D’Annunzio e con una parte dell’arditismo, movimento di reduci della Grande guerra molti dei cui seguaci avevano partecipato all’Impresa di Fiume.  Il fascismo andava assumendo i caratteri di una religione laica fondata sul patriottismo, sul cameratismo, sull’etica del combattimento e sul principio di gerarchia. I fascisti iniziarono a porsi al di sopra della legge del Regno in nome della propria etica politica: definendo ogni oppositore “nemico della nazione” legittimavano contro di essi qualunque forma di violenza.

L’anno successivo i seguaci di Mussolini riuscirono a entrare alla Camera dei deputati, con l’elezione a maggio 1921 di 35 deputati, e a novembre fondarono il Partito nazionale fascista, che contava 200 mila iscritti. I consensi al fascismo erano cresciuti rapidamente, e parallelamente si erano moltiplicati, soprattutto al Centro-Nord, gli episodi di violenza armata contro il movimento operario di sinistra e le sue organizzazioni: le cosiddette squadre d’azione assaltarono e devastarono sedi di sindacati e cooperative, circoli di partito, redazioni di giornali e tipografie. In molti casi Polizia e Carabinieri non ostacolarono questi assalti.

Devastazione di una sede sindacale della CGL a Roma Wikimedia Commons

Devastazione di una sede sindacale della CGL a Roma

L’ascesa del fascismo come forza antiproletaria e antagonista della lotta di classe di ispirazione socialista fu raccontata, nel suo divenire, come una “Controrivoluzione preventiva”, una definizione formulata per la prima volta in un omonimo pamphlet scritto nel ’21 dal bolognese Luigi Fabbri, maestro di scuola e pensatore anarchico, adottata poi nei decenni successivi da molti storiografi e filosofi, tra i quali Herbert Marcuse e Guy Debord.

Tramite la violenza il Pnf arrivò a controllare di fatto gran parte dell’Italia settentrionale e centrale, mentre costituiva un proprio sindacato, associazioni femminili e giovanili. L’avanzata non avvenne indisturbata. Gli arditi che non avevano aderito al fascismo costituirono l’organizzazione paramilitare degli Arditi del popolo, volta alla difesa del proletariato e a contrastare gli squadristi con azioni di guerriglia. Sono ricordati soprattutto per avere respinto l’occupazione fascista di Parma nell’agosto 1922. Pur ottenendo questa e altre vittorie locali, non riuscirono a dare vita a una resistenza antifascista nazionale. A indebolirli fu certamente anche l’ostilità della maggioranza del neocostituito Partito Comunista d’Italia, che diffidò i propri militanti dall’aderire agli Arditi, pena “i più severi provvedimenti”, predicando che “l’inquadramento militare proletario… deve realizzare il massimo della disciplina e deve essere a base di partito”.

Barricate antifasciste a Parma, 1922 Istituto Parri di Bologna via Wikimedia Commons

Barricate antifasciste a Parma, 1922

Quell’estate il fascismo costituiva ormai una esplicita sfida insurrezionale allo Stato liberale. A nulla servirono i tentativi in extremis dei partiti romani di coinvolgere il Pnf nella coalizione di governo. L’ultima prova di forza fu, a inizio ottobre, l’occupazione di Trento e Bolzano. Il 3 del mese fu ufficializzata sul Popolo d’Italia la formazione della milizia fascista, che il 24 tenne un’adunata di migliaia di uomini a Napoli. Il governo, guidato dal liberale Luigi Facta, si mostrava debole e diviso. Il 27 i fascisti occuparono prefetture, stazioni ferroviarie, uffici postali, telegrafici e telefonici di gran parte delle principali città italiane e iniziarono a convergere verso la Capitale. La notte successiva l’esercito cercò invano di bloccarli a Orte, gli Arditi del Popolo a Civitavecchia. 

Alle cinque del mattino del 28 ottobre, Facta decise di proclamare lo stato d’assedio, ma il re Vittorio Emanuele III rifiutò di firmare il decreto. Un mese prima, in un comizio a Udine, Mussolini aveva convenientemente abdicato all’ideale repubblicano e escluso un attacco alla monarchia sabauda. Facta si dimise e il Re tentò un’ultima mediazione proponendo al Pnf, che ormai occupava la città, di entrare nella maggioranza di un governo guidato dal liberale Antonio Salandra, ma i fascisti rifiutarono. Le tipografie di molti giornali avversi al fascismo furono incendiate. Dopo un giorno di stallo, la mattina del 30 Mussolini, che non aveva partecipato alla marcia e anzi, temendone il fallimento, era pronto alla fuga in Svizzera, giunse a Roma per ricevere formalmente l’incarico di formare il governo, di cui inizialmente fecero parte anche esponenti liberali e popolari. “Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”, dirà il duce alla Camera il 16 novembre successivo.

La collaborazione con gli altri partiti durerà fino alle elezioni del 1924, vinte dai fascisti con poco meno di due terzi dei suffragi in un clima di violenza e intimidazione denunciato nella prima seduta del nuovo parlamento, il 30 maggio, dal segretario socialista Giacomo Matteotti, rapito da sicari fascisti dieci giorni dopo e trovato morto due mesi più tardi. I partiti di opposizione reagirono abbandonando il parlamento, Vittorio Emanuele III non fece nulla. Il 3 gennaio Mussolini alla Camera si assumerà “la responsabilità politica, morale e storica” dell’omicidio, in un discorso considerato oggi l’inizio della dittatura fascista sull’Italia.

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