“Un accostamento che avviene per la prima volta e che è utilissimo – si appassiona Sgarbi – perché sul retro di una delle due tavole, la Pietà, si vedono alcuni disegni che è difficile attribuire all’uno o all’altro pittore”.
Avvolta nel nero di una notte che sembra non avere fondo, la Pietà di Sebastiano del Piombo, ha sempre sostenuto il critico, è il capolavoro dell’artista veneziano,”E’ uno dei grandi notturni della storia dell’arte, un quadro con una suggestione che non ha eguali in tutta la pittura del Cinquecento”. La collaborazione fra i due comincia tra il 1512 e il 1516. Ed è proprio in questo lasso temporale che Sebastiano realizza la Pietà mentre Michelangelo tra il 1508 e il 1512, si dedica all’impresa titanica della decorazione della Volta della Cappella Sistina. Solo venti anni dopo, fra il 1535 e il 1541, dopo
completerà definitivamente la decorazione della Cappella, realizzando il celeberrimo Giudizio finale sulla parete dell’altare.
Nella sezione dedicata alla volta della Sistina, viene esposta una selezione di disegni realizzati da Michelangelo e poi confluiti nei cartoni per il trasferimento sul muro in previsione della pittura ad affresco. Si tratta, spiega Sgarbi, di fogli che vanno da studi di singole membra, figure isolate di ignudi reggifestone, figure nelle più varie posizioni, con capolavori quali gli studi, in due fogli, per la Cacciata dal Paradiso terrestre della Volta. La seconda parte annovera invece disegni preparatori per il Giudizio finale, dallo studio d’insieme a quelli per singole figure, accompagnati, in chiusura, da copie antiche delle figure dei Dannati, a testimonianza di come il grande affresco fosse divenuto un testo di studio per generazioni di artisti.
E non manca un ciclo di incisioni a bulino, in dieci tavole, del mantovano Giorgio Ghisi, databile alla fine degli anni Quaranta del Cinquecento che testimonia la grande ammirazione suscitata nei decenni a seguire dall’opera e dei profondi studi che ne seguirono. “Un confronto che non era mai stato fatto”, ribadisce il critico che punta anche ad accendere i riflettori sulla grandezza di Sebastiano del Piombo: “Vasari non lo ama e lo riduce a un esecutore che si limitò a finire ‘con molta diligenza’ una invenzione del maestro. Io credo il contrario – dice- la forza del dipinto è nella sua Stimmung, nell’atmosfera notturna che è del pittore, dello scenografo. Ma, se non tutto il disegno, l’idea potente della Pietà risale alla plastica michelangiolesca. È un nesso evidente”.
E, ancora, sostiene il critico, “l’energico Studio per l’Adamo della Cacciata dal Paradiso e la Flagellazione di Viterbo indicano una identità di concezione, quella che, proprio nel disegno, unisce i due pittori”. Folena è d’accordo con lui: questa mostra, “realizza un sogno”, sorride il presidente di Metamorfosi, “quello di riunire due geni assoluti dell’arte italiana legati da un particolarissimo legame di amicizia, di stima e di collaborazione che a Viterbo trova la sua consacrazione”. (ANSA).