“Da ora in poi, qualsiasi relazione con quell’agenzia terroristica sarà ritenuta un coinvolgimento in attività terroristiche e azioni contro la sicurezza nazionale dell’Iran”, ha aggiunto Khatib. Agire contro la sicurezza nazionale dell’Iran potrebbe costare la vita, come previsto dalla legge della Repubblica islamica dove è prevista la pena di morte.
In una nota la società Volant Media che gestisce la tv a Londra ha detto di essere “scioccata e profondamente preoccupata” per le minacce ricevute. “Minacce letali ai cittadini britannici sul suolo britannico arrivano dopo diverse settimane di avvertimenti da parte dei Guardiani della Rivoluzione e del governo iraniano sul lavoro giornalistico in lingua persiana che, liberi e senza censure, lavorano a Londra”, si legge in una nota in cui si avvertono i Pasdaran che “non possono essere autorizzati a esportare la loro perniciosa repressione dei media nel Regno Unito” e il governo britannico viene invitato a “unirsi a noi nel condannare queste orribili minacce e continuare a sottolineare l’importanza della libertà dei media”. La polizia metropolitana di Londra ha invece risposto alla Bbc con un sonoro no comment.
Non è la prima volta che il regime guidato dagli Ayatollah “minaccia” chi non è allineato o chi chiede riforme sociali e istituzionali, lo sa bene l’attivista in esilio Masih Alinejad a cui, come ritorsione, hanno arrestato il fratello e le atlete che hanno osato gareggiare senza velo come Elnaz Rekabi e la pattinatrice Niloufar Mardani. La Guardia della rivoluzione guidata dai Pasdaran rapisce e abusa delle donne che manifestano contro il regime, a volte prima di ucciderle, perché secondo la legge islamica non si può uccidere una vergine. L’Irgc mostra ancora il pugno duro contro i manifestanti, ci sono vittime ogni giorno, mentre la magistratura ha annunciato l’avvio di processi sommari per alcuni dei 15000 arrestati in questi ultimi giorni. Cittadini considerati “nemici di Dio” dal regime, che ora rischiano la pena capitale.
Oltre agli Stati Uniti, a Israele e all’Arabia Saudita già accusati dal regime di “gravi interferenze” nelle questioni interne, ora Teheran se la prende anche con il Regno Unito di Carlo III. “La Gran Bretagna pagherà per le misure che ha preso per rendere l’Iran insicuro”, ha sottolineato il ministro dell’intelligence iraniano Esmail Khatib in riferimento a un presunto ruolo di Londra nelle proteste.
“Al contrario della Gran Bretagna, non sosterremo mai atti di terrorismo e la creazione di insicurezza in altri paesi ma anche noi non abbiamo obblighi per impedire che ci sia insicurezza in questi paesi”, ha aggiunto Khatib. “Gli Usa, la Gran Bretagna, il regime sionista e l’Arabia Saudita hanno progettato la più grande operazione per creare disordini e destabilizzare l’Iran attraverso una guerra ibrida”, ha detto il ministro della Repubblica islamica.
Proteste per Mahsa Amini a Londra il 29 ottobre scorso
Il regime in patria ha già usato il pugno duro con la stampa, in carcere ci sarebbero almeno 38 giornalisti tra cui le due reporter Niloufar Hamedi e Elaheh Mohammadi entrambe accusate di “collusione per crimini contro la sicurezza nazionale” e “propaganda contro il sistema”. Si attende presto un processo a loro carico.
La protesta per Mahsa Amini cominciata con una ribellione al velo obbligatorio da parte delle donne è divenuta trasversale: uomini, anziani, studenti e lavoratori partecipano accanto alle iraniane, per loro, per le donne, è vietato scegliere come vestirsi così come è vietato cantare, lo vuole la legge del Paese. Lo sanno bene alcune liceali della scuola superiore tecnica Armine Moslinejad della città di Shahr-e Rey nella provincia di Teheran, che dopo aver cantato uno slogan di libertà, sono state picchiate e scaraventate giù per le scale dal preside. Diverse sono ferite, una è grave. Le foto delle adolescenti ferite ha fatto il giro dei social.
Intanto la Tass russa riferisce che a Teheran è arrivato il Segretario del Consiglio di Sicurezza russo, Nikolay Patrushev. “Patrushev terrà consultazioni sulla sicurezza russo-iraniana, con la partecipazione di esperti dei consigli di sicurezza, dei ministeri e delle agenzie dei due Paesi”, si legge nel comunicato. L’ultima visita di Patrushev a Teheran risale al dicembre 2019, in occasione delle consultazioni multilaterali sull’Afghanistan, anno che fu al centro dell’ultima importante protesta pre-Covid cominciata a causa di un forte aumento del carburante e che si era poi rivolta direttamente contro la guida suprema Ali Khamenei. Anche allora furono oltre 300 i morti.
Scontri avvengono a Tabriz tra la Guardia rivoluzionaria e alcuni ragazzi, immagini che si ripetono ogni giorno, e che sembrano tutte uguali, ma che perdurano a distanza di oltre 53 giorni dall’inizio della protesta che gli analisti considerano la più minacciosa per il regime a guida sciita dal 1979.
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