Patrick Zaki rischia cinque anni di carcere per diffusione di notizie false. La Corte è stata aggiornata senza il completamento delle memorie della difesa. Era stato lo stesso studente egiziano dell’Università di Bologna, sulla scorta di indicazioni dei suoi legali al termine della precedente udienza del 27 settembre, a prevedere che oggi potesse essere data la possibilità di “presentare la difesa”. Il ricercatore e attivista per i diritti umani, libero dall’8 dicembre dopo 22 mesi di custodia cautelare passati in carcere con accuse più gravi legate a dieci post su Facebook ma informalmente accantonate, è sotto processo presso una Corte della Sicurezza dello Stato per i reati minori (o d’emergenza) della sua città natale sul delta del Nilo.
Patrick è imputato per un articolo del 2019 in cui prendeva le difese dei copti, la minoranza cristiana d’Egitto, sottolineando le sanguinarie persecuzioni dell’Isis degli anni precedenti e due casi di discriminazione sociale e giuridica. Pur libero, il 31enne ricercatore in studi di genere ha un divieto di espatrio e non può lasciare l’Egitto. Mentre il suo desiderio sartebbe quello di poter tornare a Bologna a completare il master. Tutta la città, con la sua università, lo reclama e lo sostiene.
“Superiamo il terzo anno di questo accanimento giudiziario senza fine, il terzo Natale e Capodanno che Patrick non trascorrerà in completa libertà – il commento di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International – ricordiamo che Patrick è sotto processo per aver parlato della discriminazione subita dal suo gruppo religioso, i cristiani-copti”.
L’udienza odierna era considerata da Amnesty International come un’occasione per verificare la “disponibilità” dell’Egitto ad aprire una “nuova fase” nelle relazioni con l’Italia sebbene la magistratura egiziana sia indipendente dal potere politico, almeno formalmente. La scorsa settimana il Parlamento europeo aveva invitato Il Cairo a revocare i divieti di viaggio nei confronti di Patrick e di un’altra attivista egiziana, Mahinour Al Masry. Nell’incontro del 7 novembre a margine del vertice Onu sul clima a Sharm El-Sheikh con il capo di Stato egiziano Abdel Fattah al-Sisi, la premier Giorgia Meloni aveva sottolineato la forte attenzione dell’Italia sui casi di Giulio Regeni e Patrick Zaki. “Il calendario ha offerto una prima data per verificare se qualcosa fosse cambiato nelle relazioni tra Italia ed Egitto: non è cambiato nulla”, l’amara conclusione di Noury.
Nei social Zaki aveva raccontato stamattina, prima dell’udienza, cosa significa per lui affrontare una nuova udienza. Affiorano i ricordi, ferite che rimangono dentro indelebili, degli anni in cui è stato incarcerato: “Una delle più importanti crisi è che non esci dalla tua prigione, anche se esci dalle sue mura, la prigione ti rimane dentro per molto tempo per accompagnarti nel resto del tuo viaggio, anche se decidi di impegnarti in qualsiasi attività gioiosa, trovi ricordi e preoccupazioni di quanto accaduto, ti ricordi della lunga notte dentro i tuoi confini, la tua mente non ha smesso di pensare a questo incubo, mantenere la propria sanità mentale è il lavoro più difficile dentro la prigione”.
Alla vigilia dell’udienza, lunedì pomeriggio, ancora una volta studenti, politici, artisti e professori si sono trovati a Bologna dietro gli striscioni gialli per chiedere la libertà per lo studente. Zaki “non vede l’ora di tornare a Bologna – spiega l’amico Rafael Garrido – vuole andare avanti con la sua vita e con i suoi studi”. Per il momento, Patrick ha il divieto di espatrio e non può lasciare l’Egitto, ma la sua città “adottiva” l’aspetta a braccia aperte. Per dirla con Alessandro Bergonzoni: “Lui rappresenta tutti i prigionieri di coscienza che sono in carcere e noi non ci vogliamo abituare al fatto che i diritti siano calpestati”.
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