La legge prevede che “i mezzi per il controllo delle nascite vengano distribuiti gratuitamente nei consultori”, continua Pompili. Tutte le regioni hanno poi “approvato leggi attuative”, ma nei fatti “quell’articolo non è mai stato attuato: ci sono solo alcune regioni che forniscono gratuitamente i contraccettivi a fasce cosiddette deboli della popolazione”.
Giovani, con limiti di età variabile, donne in difficoltà economiche, per un periodo di tempo limitato, dopo un parto o dopo un aborto.
Nei mesi scorsi Potere al popolo ha portato avanti un’inchiesta sulla contraccezione gratuita a Roma. “Abbiamo chiamato una trentina di consultori della capitale: tutte le operatrici – quando siamo riuscite a farci rispondere – hanno detto che la legge 405 non viene applicata. Anche perché la regione non ci passa la contraccezione”, racconta all’ANSA Giulia Calò di Potere al popolo e OSA, Opposizione studentesca d’alternativa, studentessa del liceo linguistico. È proprio lei la 17enne, che assieme all’amica Valeria, il 28 ottobre scorso aveva contestato a Roma, nel corso della manifestazione per l’aborto libero, sicuro e gratuito la deputata dem Laura Boldrini. L’accusa al Pd era di aver reso costosa la pillola contraccettiva. Il riferimento è a quanto accaduto nel 2016, durante il governo di Matteo Renzi, quando al ministero della Salute c’era Beatrice Lorenzin, con la decisione di far passare dalla fascia A (mutuabili) a quella C (a pagamento) i contraccettivi. Decisione che però, ricorda oggi Pompili, era stata presa dall’Agenzia italiana del farmaco. “E comunque la gratuità non era legata alla contraccezione”, spiega. “Non lo è mai stata. Era legata ad alcune patologie ginecologiche. Il punto è sempre lo stesso: non è la cattiveria di aver fatto marcia indietro sulla gratuità dei contraccettivi. È piuttosto il fatto che semplicemente non è cambiato nulla: i contraccettivi non sono gratuiti perché sono considerati una questione privata”.
Attualmente le regioni che permettono ad alcune categorie di accedere alla concezione gratuita tramite i consultori sono solo queste: Piemonte, Emilia Romagna, Toscana e Puglia, assiema alla Provincia autonoma di Trento. Nel Lazio la norma è in via di definizione, mentre ci sono alcune regioni come Piemonte, Liguria e Veneto dove sono state approvate piani sociosanitari per implementare la legge 405/75 anche nella parte della contraccezione, ma non sono state mai applicate.
Neanche i consultori – istituiti con la stessa legge – comunque sembrano passarsela bene oggi in Italia, anzi il quadro è andato deteriorandosi negli anni. Nel 1993 era disponibile un consultorio familiare ogni 20 mila residenti: il livello stabilito dalla legge 34/1996. Nel 2008 ne risultava uno ogni 28 mila. Ora il numero è diminuito ancora: ce n’è uno ogni 32.325 residenti, per un totale di circa 1.800 consultori familiari, secondo quanto emerge dall’Indagine nazionale sui consultori familiari 2018-2019 pubblicata dall’Istituto Superiore di Sanità. Tradotto: i consultori sono il 60% in meno di quanti ne servirebbero e “vengono picconati ogni giorno”, affonda Lisa Canitano. Solo due Regioni – Valle d’Aosta e Basilicata – e una Provincia autonoma, quella di Bolzano, hanno un consultorio per un numero medio di residenti compreso entro i 20 mila.