L’uomo è risultato estraneo al piano che prevedeva di piazzare almeno altri quattro ordigni in punti strategici che avrebbero colpito la rete elettrica e scatenato il panico. Grazie alle indagini e alle telecamere di sorveglianza la polizia federale ha arrestato chi aveva piazzato la bomba sul camion. Si chiama George Washington de Oliveira Sousa, 54 anni, di Pará ed è un militante di estrema destra, fervido sostenitore di Jair Bolsonaro. E’ stato lui stesso a svelare l’intero piano messo a punto da un presunto comitato di attivisti da settimane accampati davanti al Quartier generale delle Forze Armate a Brasilia. Lo scopo era “creare il caos”, far “proclamare lo stato di emergenza in tutto il paese fino a provocare l’intervento dell’esercito” per impedire l’insediamento di Lula e “l’instaurazione del comunismo in Brasile”.
Il 22 dicembre, due giorni prima che venisse scoperta la bomba, un uomo si sarebbe avvicinato a Sousa e gli avrebbe consegnato l’ordigno. Altri due dovevano essere piazzati nella sottostazione elettrica di Taguatinga, città del Distretto Federale che è lo Stato dove sorge Brasilia. La polizia ha dunque trovato e disinnescato cinque bombe pronte ad esplodere. Sequestrate anche armi, proiettili e esplosivo. L’allarme è comunque scattato in tutto il paese ma soprattutto nella capitale politica, sede dei palazzi delle principali istituzioni. La regia del piano si trova infatti all’interno dell’accampamento presente davanti al centro di comando delle Forze Armate: uno dei tanti allestiti in molti stati del Brasile sin dalla vittoria di Lula alle ultime elezioni presidenziali proprio per chiedere all’esercito di intervenire e impedire il passaggio di consegne.
L’arresto dell’indigeno José Acácio Serere Xavante, un noto militante legato a Bolsonaro, avvenuto il 12 dicembre scorso, aveva già provocato la protesta degli attivisti concentrati a Brasilia. Avevano parlato con i militari e sondato il loro umore. Volevano capire cosa pensavano e se fossero disposti a boicottare la cerimonia di insediamento. Ma davanti al silenzio seguito da una dichiarazione di “fedeltà alle istituzioni democratiche” hanno deciso di agire. “Ci siamo riuniti nel campo, ho detto agli altri che avevo la dinamite ma non gli innesti”, ha raccontato l’uomo, un benzinaio, accusato dalla magistratura di possesso illegale di armi da fuoco (cinque fucili automatici), munizioni e ordigni esplosivi oltre che di reati contro lo stato democratico. “Pochi giorni dopo si è presentato un tizio che non conoscevo e mi ha consegnato cinque innesti e un timer. Mi ha detto che la bomba era telecomandata e si poteva far esplodere da una distanza di 50-670 metri. Ho rifiutato di piazzare un altro ordigno nel parcheggio dell’aeroporto ma non so se altri lo abbiano fatto”.
La scoperta del piano ha naturalmente allarmato lo staff di Lula. Si temono nuovi tentativi e altri progetti che metterebbero a rischio non solo la cerimonia di insediamento ma la gente che parteciperà. I dirigenti del Pt hanno chiesto di smantellare il campo dove sono concentrati gli attivisti di Bolsonaro. La polizia vuole evitare altre reazioni; agisce dialogando ma con fermezza. Molte tende sono state smontate e la festività di Natale sta agevolando lo sgombero. L’intero vertice delle Forze Armate ha ormai accettato il verdetto delle urne e vuole farlo rispettare. Ma sa anche che fino all’ultimo i fan di Bolsonaro tenteranno di osteggiare Lula. Tutti ricordano cosa è accaduto il 6 gennaio del 2021 a Washington. Hanno assaltato il Campidoglio. La scena si potrebbe ripetere a Brasilia.