Una foto che sintetizza plasticamente, e conferma, la presa dell’ex presidente sul suo partito, a smentire le voci degli ultimi giorni – dettate dalle fumate nere per McCarthy – che facevano propendere per una tesi opposta: quella che voleva i Repubblicani preda dell’anarchia, divisi per bande, con Donald Trump impegnato nel disperato tentativo di tenere insieme tutti i pezzi di una formazione composita e variegata, lacerata tra i fedelissimi del tycoon e quell’ala più moderata, non rassegnata a farsi cannibalizzare dai trumpiani.
E invece, appunto, Trump c’è e continua a condizionare le sorti dei Repubblicani: come è poi emerso dai retroscena che hanno ricostruito la sofferta elezione di McCarthy, si è scoperto che Trump ha telefonato a Matt Gaentz (uno degli irriducibili a dare il voto al candidato ufficiale del GOP) e a un altro dissidente, Andy Biggs (che aveva votato per un terzo candidato alla 14esima chiama), per convincere entrambi a dare la loro preferenza al “suo” candidato. La pressione dell’ex presidente non ha tuttavia funzionato su Gaentz, leader dei ribelli, che si è astenuto anche all’ultimo voto, ma senza il voto contrario di Biggs.
Una vittoria incerta, quindi, che lascia aperti molti interrogativi sul futuro del partito e sulla fragile gestione che McCarthy potrà fare dell’Aula in cui occupa lo scranno più alto, a causa delle tante concessioni che ha dovuto fare ai dissidenti in cambio del loro voto, consegnandosi di fatto, per i prossimi due anni, nelle mani degli ultraconservatori. La contropartita dei ribelli prevede che un singolo deputato possa chiedere un voto di sfiducia per rimuovere lo speaker; che il Freedom Caucus, l’ala destra del partito, ottenga un terzo dei membri della potente Rules Committee, la commissione che controlla quali leggi arrivano in aula e in che forma; e infine che si possa votare sulla proposta di limiti di mandato e sulla legge per la sicurezza dei confini.
Lo speaker neoeletto, dal canto suo, ha ringraziato Trump per averlo aiutato a ottenere i voti. “Non credo che nessuno dovrebbe dubitare della sua influenza. Era con me fin dall’inizio, qualcuno ha messo in dubbio che ci fosse, ma c’era, eccome. Mi chiamava e chiamava gli altri. Stavo giusto parlando con lui stasera, stava aiutando a ottenere quei voti finali”. Parole di vittoria e soddisfazione, quelle di McCarthy, che tuttavia non sono riuscite a celare la sua evidente frustrazione: il drammatico cammino che ha portato alla sua elezione è infatti indicativo di quanto sarà complicata la gestione della Camera per i prossimi due anni; e, in più, che la fronda degli ultraconservatori peserà ben più di quanto una parte dei Repubblicani potesse immaginare.
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