Poche ore prima, il ministro Gallant aveva rotto il fronte dell’esecutivo sulla “riforma” della Giustizia, con la quale il premier e i suoi alleati nel governo di destra nazionalista e religiosa vogliono portare sotto il proprio controllo la Corte Suprema e dunque la magistratura. Gallant, ieri, aveva avvertito pubblicamente che la riforma rappresenta un “pericolo immediato e tangibile” per la sicurezza dello Stato e chiesto una sospensione del suo iter.
“Bibi ha licenziato Gallant, la dittatura è già qui”. Militanti dell’opposizione e semplici cittadini israeliani si sono radunati dunque grazie al passaparola nelle piazze delle città: al solito la manifestazione più nutrita – centinaia di migliaia di persone – è stata quella che ha bloccato Tel Aviv. A Gerusalemme, la protesta ha circondato la residenza del premier e ci sono stati anche momenti di forte tensione con il cordone di polizia che la proteggeva.
Yair Lapid, uno dei leader di opposizione, ha attaccato Netanyahu, sostenendo che “il premier può licenziare il ministro, ma non può licenziare la realtà del popolo di Israele che resiste alla follia della maggioranza. Netanyahu è un pericolo per lo Stato di Israele”. Alla protesta si aggiungono pezzi dello Stato: le università israeliane annunciano sciopero a oltranza, molti sindaci e funzionari pubblici aderiscono contro quello che definiscono un “colpo di Stato giudiziario”.
Ma la frattura sembra allargarsi anche all’interno dei ranghi di governo. Il ministro dell’Economia, Nir Barkat, dichiara che sosterrà il premier “nella decisione di fermare la riforma”: è necessaria e la realizzeremo, scrive, “ma non a prezzo di una guerra civile”.
Di più: lo stesso Netanyahu, secondo il sito di Times of Israel, sarebbe ora propenso a congelare la riforma per evitare che la situazione precipiti.
Ma è la stessa Casa Bianca a gettare il proprio peso sulla vicenda. “Gli Stati Uniti sono profondamente preoccupati per lo sviluppo degli eventi in Israele, compreso il potenziale impatto sulla prontezza militare sollevato dal ministro (della Difesa) Yoav Gallant, che sottolinea l’urgente necessità di un compromesso”: così il portavoce del
Consiglio di sicurezza nazionale, John Kirby.
La decisione di Netanyahu è stata presa, pare, su richiesta della parte oltranzista dell’esecutivo: in particolare del falco di ultradestra Itamar Ben Gvir.
A sostituire Gallant dovrebbe essere l’attuale ministro dell’Agricoltura Avi Dichter, anche lui del Likud. Il governo tira diritto: nonostante le proteste, l’intenzione è di varare l’intero provvedimento per la settimana entrante e, in ogni caso, prima della pausa della Knesset – il Parlamento israeliano – per la Pasqua ebraica. Non a caso è stata convocata una commissione della Knesset che deve esaminare la questione chiave del Comitato di nomina dei giudici della Corte Suprema. L’obiettivo di Netanyahu è di portare a 11 i membri del Comitato che nomina i giudici della Corte Suprema assicurando che i componenti di nomina politica prevalgano sui tecnici.
Neanche l’opposizione però intende mollare. Alle proteste di piazza aggiunge le petizioni alla Corte Suprema contro Netanyahu. Ad esempio, il premier ora ha una settimana di tempo per rispondere alla Corte che ha accolto un’istanza della Ong “Movimento per la qualità del governo” che accusa il premier di conflitto di interessi, visto il processo contro di lui in corso a Gerusalemme. Netanyahu si è fatto scudo di una recentissima legge approvata dalla maggioranza di destra che stabilisce l’incompatibilità di un primo ministro in carica solo in caso di problemi fisici o psichici e non per altro.
I media poi hanno dato ampio risalto a una fonte dell’esercito secondo cui – sulla linea di Gallant – i nemici di Israele giudicano ora lo Stato ebraico “debole e limitato nella capacità di reazione” a causa delle spaccature provocate nel Paese dalla riforma.
Israele, manifestazione a Tel Aviv
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