Il campo profughi di Jenin, città della Cisgiordania più vicina a Israele che a Ramallah, un tempo capitale di chi credeva nel dialogo fra le due parti (uno per tutti: l’attore Juliano Mer-Khamis, ucciso nel 2011 da killer rimasti senza nome) è il luogo dove lo scontro si è tramutato più volte in battaglia negli ultimi mesi: diverse volte le forze speciali israeliane sono entrate nel campo alla ricerca di sospetti e sono state accolte da uomini armati. Ma lo scontro è andato ben oltre: almeno 84 palestinesi sono morti fra l’inizio dell’anno e metà marzo secondo la Mezzaluna rossa, un dato che fa del 2023 uno degli anni più sanguinosi. Da parte israeliana, non c’è un luogo a cui richiamarsi: ieri mattina due donne sono state uccise in Cisgiordania, in un attacco.
Proprio quelle immagini sarebbero la causa che ha infiammato il secondo fronte che Netanyahu si trova a fronteggiare: quello del confine Nord (il Libano) e Sud (Gaza). Da Gaza sono partiti già mercoledì lanci di razzi verso il sud Israele: immediata la risposta dell’aviazione, con due raid gemelli. Giovedì la stessa cosa è accaduta dal Libano: 34 razzi, l’attacco più violento dalla guerra del 2006, ha portato alla reazione notturna dell’aviazione israeliana, che ha colpito obiettivi palestinesi nel Paese dei cedri, accettando – almeno sulla carta – le parole dell’arcinemico Hezbollah che aveva preso le distanze da quei lanci.
Il terzo fronte è quello apparentemente più lontano da quello che ieri è accaduto a Tel Aviv: da 14 settimane centinaia di migliaia di israeliani scendono in piazza per dire no alla riforma della Giustizia voluta dal governo Netanyahu. Il punto di svolta della crisi è stata la decisione di Netanyahu di licenziare il ministro della Difesa Yoav Gallant che aveva chiesto uno stop alla riforma dopo essersi reso conto che migliaia di riservisti – la colonna portante della difesa israeliana – minacciavano di non rispondere alla chiamata delle Forze armate in caso di emergenza. È stato lì che larga parte di questo Paese ha detto “no” all’uomo che lo governa da venti anni. È stato lì che le tre crisi si sono intersecate. Oggi, districarle appare davvero complesso.
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