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Attacco a Tel Aviv – La triplice morsa che assedia Netanyahu

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Ultimo aggiornamento 8 Aprile, 2023, 10:48:01 di Maurizio Barra

Il governo di Benjamin Netanyahu ha tre partite aperte in contemporanea: tutte sono difficilissime e di fronte a tutte si presenta indebolito da quattordici settimane di proteste interne, che hanno creato spaccature nell’esecutivo e anche dentro al Likud, il partito del premier, quello in cui per anni ogni voce di dissenso è stata stroncata sul nascere.

 

Delle tre, quella che ieri sera è deflagrata in Italia è la più vecchia: quasi ignorata dai media occidentali, la spirale di violenza fra i palestinesi e gli israeliani si sta aggravando da mesi, facendo salire la tensione anche con i cittadini arabi di Israele. Ieri ha raggiunto il cuore turistico del Paese, ma se si vuole capire da dove viene è agli attacchi a macchia contro gli israeliani, residenti negli insediamenti della West Bank e non, e alla risposta sempre più massiccia dell’esercito che si deve guardare.

 

Il campo profughi di Jenin, città della Cisgiordania più vicina a Israele che a Ramallah, un tempo capitale di chi credeva nel dialogo fra le due parti (uno per tutti: l’attore Juliano Mer-Khamis, ucciso nel 2011 da killer rimasti senza nome) è il luogo dove lo scontro si è tramutato più volte in battaglia negli ultimi mesi: diverse volte le forze speciali israeliane sono entrate nel campo alla ricerca di sospetti e sono state accolte da uomini armati. Ma lo scontro è andato ben oltre: almeno 84 palestinesi sono morti fra l’inizio dell’anno e metà marzo secondo la Mezzaluna rossa, un dato che fa del 2023 uno degli anni più sanguinosi. Da parte israeliana, non c’è un luogo a cui richiamarsi: ieri mattina due donne sono state uccise in Cisgiordania, in un attacco.

 

Ma la scia di attacchi da inizio anno si è intensificata e ha portato a un crescendo di tensione: l’esplosione finale nella notte fra martedì e mercoledì, quando l’esercito israeliano è salito sulla Spianata delle Moschee per far uscire da Al Aqsa le centinaia di musulmani che si erano chiusi nella moschea per passarci la notte. I video dello scontro sono circolati sui social media e sono stati ripresi da tutte le televisioni arabe.

 

Proprio quelle immagini sarebbero la causa che ha infiammato il secondo fronte che Netanyahu si trova a fronteggiare: quello del confine Nord (il Libano) e Sud (Gaza). Da Gaza sono partiti già mercoledì lanci di razzi verso il sud Israele: immediata la risposta dell’aviazione, con due raid gemelli. Giovedì la stessa cosa è accaduta dal Libano: 34 razzi, l’attacco più violento dalla guerra del 2006, ha portato alla reazione notturna dell’aviazione israeliana, che ha colpito obiettivi palestinesi nel Paese dei cedri, accettando – almeno sulla carta – le parole dell’arcinemico Hezbollah che aveva preso le distanze da quei lanci.

Il terzo fronte è quello apparentemente più lontano da quello che ieri è accaduto a Tel Aviv: da 14 settimane centinaia di migliaia di israeliani scendono in piazza per dire no alla riforma della Giustizia voluta dal governo Netanyahu. Il punto di svolta della crisi è stata la decisione di Netanyahu di licenziare il ministro della Difesa Yoav Gallant che aveva chiesto uno stop alla riforma dopo essersi reso conto che migliaia di riservisti – la colonna portante della difesa israeliana – minacciavano di non rispondere alla chiamata delle Forze armate in caso di emergenza. È stato lì che larga parte di questo Paese ha detto “no” all’uomo che lo governa da venti anni. È stato lì che le tre crisi si sono intersecate. Oggi, districarle appare davvero complesso.

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