Ad assumere il potere fu il vicepresidente Ghennadi Ianaev, a capo del Comitato per lo stato di emergenza composto da otto persone: fra gli altri, il capo del Kgb Vladimir Kriuchkov, il premier Valentin Pavlov, il ministro della Difesa Dmitri Yazov e quello dell’Interno Boris Pugo. Nel loro comunicato diffuso dai media di stato, i golpisti affermavano di voler ‘liquidare le formazioni militari anticostituzionali e criminali che diffondo il terrore morale e fisico in varie regioni dell’Urss e che servono da catalizzatore per i processi di disintegrazione’ dello Stato sovietico. Le misure urgenti adottate, proseguiva il comunicato, erano temporanee e miravano a ‘stabilizzare al più presto la situazione nell’Urss, a normalizzare la vita socio-economica, ad attuare le necessarie trasformazioni e a creare le condizioni per lo sviluppo generale del Paese’.
Un modo anche per tranquillizzare le principali cancellerie internazionali. Stato di emergenza e coprifuoco furono imposti a Mosca e nel resto del Paese, con colonne di carri armati e blindati che apparvero in molte strade del centro della capitale. Ma i calcoli dei golpisti si rivelarono sbagliati. Boris Eltsin, allora presidente della Federazione russa, la più grande e più importante delle repubbliche federative dell’Urss, denunciò con forza quello che definì ‘un colpo di stato di destra’, invitando la popolazione allo sciopero generale. Una presa di posizione appoggiata da Eduard Shevardnadze, ex ministro degli Esteri di Gorbaciov, e Aleksandr Iakovliev, stretto collaboratore del presidente. Col passare delle ore, la popolazione si mobilitò contro i golpisti e migliaia di persone scesero in strada a Mosca a presidio dei principali edifici istituzionali, mentre le forze militari fedeli a Eltsin presero posizione a difesa dei punti nevralgici della capitale. Con la comunità internazionale schieratasi a difesa di Gorbaciov, il Comitato golpista cominciò a traballare, con alcuni suoi componenti che si dimisero. E Eltsin – del quale è rimasta famosa la foto che lo ritrae su un carro armato mentre arringa la folla di suoi sostenitori – il 21 agosto annunciò il fallimento del tentato golpe e il prossimo ritorno a Mosca di Gorbaciov, che rientrò nella capitale, insieme alla moglie Raissa, nella notte tra il 21 e 22 agosto. Il bilancio di quei tre giorni drammatici fu fortunatamente di poche vittime: tre giovani moscoviti travolti da carri armati nel centro della capitale nel corso delle proteste.
Ma il tentato putsch aveva messo in moto un processo ormai irreversibile che avrebbe portato alla dissoluzione dell’Unione Sovietica e alla fine del comunismo. Gorbaciov, che il 24 agosto si era dimesso da segretario generale del Pcus, annunciò le sue dimissioni dalla presidenza dell’Urss – e l’abolizione della carica – il 25 dicembre 1991. Quella sera stessa, 74 anni dopo la Rivoluzione d’Ottobre, la bandiera rossa veniva ammainata dalla torre del Cremlino.