Lorenzo viene a Magliana 80 da più di 10 anni. Ha cominciato da giovanissimo con l’eroina. “All’epoca c’era solo quella. Ce n’era tanta. Questa era la zona mia. Ho cominciato per gioco. Poi dopo tanti anni mi sono anche macchiato di reati per procurarmi la droga”. Una volta è finito in ospedale per un’infezione. “Ho detto che stavo in terapia metadonica. E mi ricordo ancora – mi si accappona la pelle – questa dottoressa che mi ha detto: ‘Un tossicodipendente? E non si vergogna? Secondo lei dovrei lasciare i pazienti normali e curare lei? Fossi in lei non sarei venuta neanche in ospedale a levare il posto a una persona normale’. È stato raccapricciante”, dice Lorenzo. Sono 10 anni che non tocca più eroina. “Non ce la facevo più. Mi viene l’ansia solo a raccontartelo: la sostanza è una cosa brutta”. O meglio. “La sostanza è bona, sennò non ci cascherebbero tutti”, sorride. “Il problema è che quello che avviene è disumano”. E la lotta dura per sempre. “Esci dalla sostanza ma non ne esci mai. Al contrario di chi non l’ha mai usata, sai che c’è una cosa che per mezza giornata ti fa dimenticare i problemi della vita. Ma sai quello che succederebbe e ora anche che non ne vale la pena”.
Quella di Magliana 80 è una comunità diurna dagli spazi limitati: 8 persone al giorno, dal lunedì al venerdì. Dal 2012 conta circa 300 utenti presi in carico. La comunità è destinata a persone che hanno una rete familiare e un posto dove dormire, mentre qui si fa terapia e si impara anche a gestire i momenti di ozio, favorevoli al consumo. Gli uomini sono, ancora una volta, la stragrande maggioranza: l’80%. I risultati seguono la media nazionale: il 50% poi ci ricasca. “Alcuni di loro tornano dopo 4-5 anni”, dice Cesarano. “Uno dei difetti di una struttura così radicata sul territorio è che gli abitanti della zona chiedono poco aiuto, perché si sentono stigmatizzati. Vengono qua a prendere le siringhe, ma entrare in comunità significa fare i conti con il loro ambiente”.
Già, perché a Magliana 80 c’è anche lo sportello per la riduzione del danno. “Vengono qui a prendere le siringhe nuove e riportare quelle utilizzate”, racconta Maria Luisa Salvitti, psicoterapeuta della comunità. “Non vogliono smettere di drogarsi ma nemmeno prendersi malattie o diffonderle. Abbiamo dei tossicodipendenti storici qui nel quartiere Magliana a cui diamo un cartone intero di 100 siringhe. Te lo riportano intero, le siringhe tutte belle incartate, dopo l’uso. Non vogliono disperdere quel materiale nell’ambiente né essere un pericolo per gli altri”.
Quando i pazienti di Magliana 80 erano giovani “la possibilità di ripensare il proprio futuro – andare a scuola, cercare lavoro, fare una formazione, anche cercare nuovi amici – era più facile”, aggiunge Germana Cesarano. “Con l’innalzamento dell’età le cose si complicano”. Se prima “le famiglie avevano un ruolo importantissimo nella cura, perché potevano diventare coterapeute, adesso i padri sono loro, e dobbiamo lavorare anche su come essere bravi genitori”. E su come, dice la psicologa, scongiurare “le tre generazioni di maledizione”: “Qui abbiamo avuto quello che è venuto a prendere la morfina, il figlio che è venuto a fare la terapia, e che a sua volta è venuto a chiederci aiuto per il proprio figlio che a 22 anni è impazzito col crack. Tre generazioni di persone che chiedono aiuto alla stessa struttura perché poi in realtà non riescono mai a cambiare fino in fondo”.
Chi dipende da sostanza, avverte Stefano Regio, “non è una persona interdetta che ha perso le facoltà mentali: è una persona che vive una difficoltà e con il buon senso, l’immersione in relazioni sane, con determinazione viene messa di fronte delle regole di vita”. E ancora: “Se una persona decide di continuare a consumare noi la vogliamo aiutare? O fino a che non decide di curarsi la abbandoniamo con grave danno per l’individuo e la collettività? Noi siamo per questa possibilità di prendere in carico tutti e fare emergere il sommerso”.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA