La grazia firmata dal presidente Al-Sisi nelle scorse ore ha aperto le porte della cella nella quale era tornato martedì scorso, dopo che i giudici del tribunale di Mansura lo avevano condannato a tre anni di carcere al termine dell’undicesima udienza del processo che lo vedeva imputato per “diffusione di notizie false dentro e fuori il Paese”. Alle sue spalle, c’erano già 22 mesi di detenzione cautelare passati quasi interamente nel carcere di Tora, al Cairo. Un tempo lunghissimo, segnato da 18 udienze e nove slittamenti utili solo a prolungare la custodia cautelare. L’accusa contro di lui si basava su un articolo scritto nel 2019 dal titolo “Il calvario dei cristiani copti in Egitto”. Dal dicembre 2021, era a piede libero.
“Ora sono libero, voglio tornare in Italia il prima possibile” ha detto subito dopo aver oltrepassato le transenne della direzione di sicurezza del governatorato di Dakahlia, sulla costa del delta del Nilo, dove ha passato due giorni in un alloggio per ufficiali. “Il processo finalmente è finito e sento che ho il diritto di tornare a vedere i miei colleghi, di ritirare la laurea, di condurre una vita normale a Bologna. Sto programmando di essere lì sabato mattina”. A Bologna Zaki si era trasferito nel 2019 per frequentare un master universitario in studi di genere. Il suo calvario è iniziato il 7 febbraio 2020. Fu fermato (con formalizzazione dell’arresto il giorno dopo) all’aeroporto del Cairo mentre rientrava in Egitto per una vacanza.
Pesava la sua storia personale, fatta di attivismo. In occasione delle elezioni presidenziali egiziane del 2018, fu uno degli animatori della campagna elettorale di Khaled Ali, avvocato e attivista politico impegnato nella difesa dei diritti umani che in seguito ritirò la candidatura denunciando le minacce e gli arresti di molti suoi collaboratori. Zaki ha anche fatto parte dell’associazione per la difesa dei diritti umani Egyptian Initiative for Personal Rights, con sede al Cairo.