Il film che ha la colonna sonora del premio Oscar Nicola Piovani (“lavorando con lui ho realizzato un sogno”) nasce “dal racconto che mi faceva mio padre, di un paese piemontese, Ughettera (Borgata Ughettera, frazione di Giaveno a poca distanza da Torino ed ai piedi del Monviso, ndr), la terra degli Ughetto, dove tutti avevano il nostro cognome. Sono andato a visitarlo, e poi grazie a un libro di Nuto Revelli Il mondo dei vinti, ho approfondito come fosse la vita in quelle zone all’epoca di mio nonno e mia nonna. Avevo già sentito in famiglia alcune storie e ho deciso di raccontare l’odissea di chi ha vissuto in quegli anni”. Dopo aver utilizzato già la stop motion in Jasmine (sempre legato alla propria storia) sull’amore tra un’iraniana e un francese negli anni ’70, Ughetto stavolta usa la tecnica in maniera applicata ai pupazzi di resina, tessuto e caucciù, arricchendo il racconto con materiali legati alla vita dei suoi antenati, come zucchero, carbonella, broccoli, castagne, carbonella, riutilizzati come mattoni, alberi, rocce, montagne. “La stop motion è un linguaggio poetico che permette di trovare una distanza, dare un’universalità a una storia che racconta tre generazioni e richiama anche all’oggi” spiega Ughetto nell’incontro con i giornalisti in streaming. Si mescolano il tono del dramma famigliare a momenti più leggeri: “Film come Lo scopone scientifico, Brutti sporchi e cattivi, La strada hanno nutrito la mia immaginazione… volevo riproporre quell’umorismo elegante con cui il cinema italiano sapeva parlare anche delle cose più terribili”). Così torniamo al Piemonte, agli inizi del ‘900. Nel paese di Ughettera, il contadino/ muratore/ minatore/ reduce di guerra Luigi Ughetto insieme a sua moglie Cesira, dopo il sogno fallito di raggiungere l’America, decide di trasferirsi con tutta la famiglia in Francia. Una nuova vita da costruire tra discriminazioni, altre guerre, lutti e nuovi inizi. Narratrice è la nonna di Ughetto, Cesira, con cui il regista stesso dialoga, intervenendo anche in scena con la propria mano, che offre oggetti ai personaggi, li consola, si fa guidare. “Sono il nipote di Cesira e Luigi, non sarei qui senza di loro, senza la loro fatica, i loro sacrifici. E’ un modo per ricordarlo e ringraziarli. Per farlo racconto la loro storia d’amore alla mia maniera”. Le discriminazioni affrontate dagli emigranti di quegli anni sono evocate anche dal titolo originale del film Interdit aux chiens et aux italiens, (Vietato ai cani e agli Italiani): “Era un cartello che si trovava in Francia, Svizzera, Belgio… l’ho incluso anche in una scena. E’ un segno di quei tempi e di un razzismo che continua anche oggi verso altri migranti”.
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