Ma l’Italia è un Paese stretto e lungo, con molte zone interne e lontane dalle grandi città, con il solito divario tra Nord e Sud anche nella distribuzione di queste preziose sentinelle. C’è bisogno di un maggior numero di posti nelle Case Rifugio per salvare vite: ad oggi, fa sapere Differenza Donna, non arriviamo al 10% dei posti che dovremmo avere per lo standard europeo che parla di 1 posto ogni 15.000 abitanti. E i fondi sono quasi sempre insufficienti, rileva l’associazione D.i.re (Donne in rete contro la violenza).
A Roma abbiamo visitato un Centro antiviolenza storico (che è anche Casa Rifugio), quello di viale di Villa Pamphili, aperto nel 1992 e gestito dall’associazione Differenza Donna. Sono in media circa 350-400 all’anno le donne che si rivolgono qui per essere aiutate e sono aumentate negli anni grazie al lavoro di emersione della violenza. Ci sono poi le donne ospitate, perché in grave pericolo: qui sono una ventina ogni anno. “Abbiamo otto camere per donne con o senza figli – racconta Arianna Gentili, che gestisce la struttura – Le ospiti cucinano in base alle proprie abitudini alimentari, il cibo si condivide”. Durante la permanenza in un Cav, una volta garantita la sicurezza, le donne tornano a lavorare, i bambini sono inseriti a scuola, frequentano scuole e centri estivi. “L’idea non è quella di nascondersi ma di riappropriarsi della propria libertà e della propria vita”, racconta Arianna. Mediamente l’ospitalità in una Casa rifugio dura sei mesi e le donne che non hanno un’autonomia economica, dunque vivono in una situazione di ricatto, non vengono solo messe in protezione ma accompagnate in un percorso di indipendenza.
Il messaggio positivo è che dalla violenza se ne può e se ne deve uscire. E’ fondamentale chiedere aiuto. La storia che segue, quella della giovane Valentina, ne è una conferma.
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