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Il presidio dei Centri antiviolenza e delle Case rifugio

Tempo di lettura: 2 minuti

Ultimo aggiornamento 4 Agosto, 2023, 10:24:58 di Maurizio Barra

Sul territorio, oltre al numero nazionale antiviolenza e antistalking 1522, ci sono presìdi gestiti da personale qualificato dove chiedere aiuto.  I Centri antiviolenza sono i luoghi dove rivolgersi per essere informate e accolte e guidate in un percorso di uscita dalla violenza. Le Case Rifugio sono invece le strutture in grado di ospitare e mettere in protezione donne in grave pericolo, anche con i loro figli.

Ma l’Italia è un Paese stretto e lungo, con molte zone interne e lontane dalle grandi città, con il solito divario tra Nord e Sud anche nella distribuzione di queste preziose sentinelle. C’è bisogno di un maggior numero di posti nelle Case Rifugio per salvare vite: ad oggi, fa sapere Differenza Donna, non arriviamo al 10% dei posti che dovremmo avere per lo standard europeo che parla di 1 posto ogni 15.000 abitanti. E i fondi sono quasi sempre insufficienti, rileva l’associazione D.i.re (Donne in rete contro la violenza).  

 A Roma abbiamo visitato un Centro antiviolenza storico (che è anche Casa Rifugio), quello di viale di Villa Pamphili, aperto nel 1992 e gestito dall’associazione Differenza Donna. Sono in media circa 350-400 all’anno le donne che si rivolgono qui per essere aiutate e sono aumentate negli anni grazie al lavoro di emersione della violenza. Ci sono poi le donne ospitate, perché in grave pericolo: qui sono una ventina ogni anno. “Abbiamo otto camere per donne con o senza figli – racconta Arianna Gentili, che gestisce la struttura – Le ospiti cucinano in base alle proprie abitudini alimentari, il cibo si condivide”.  Durante la permanenza in un Cav, una volta garantita la sicurezza, le donne tornano a lavorare, i bambini sono inseriti a scuola, frequentano scuole e centri estivi. “L’idea non è quella di nascondersi ma di riappropriarsi della propria libertà e della propria vita”, racconta Arianna. Mediamente l’ospitalità in una Casa rifugio dura sei mesi e le donne che non hanno un’autonomia economica, dunque vivono in una situazione di ricatto, non vengono solo messe in protezione ma accompagnate in un percorso di indipendenza.  

Il messaggio positivo è che dalla violenza se ne può e se ne deve uscire. E’ fondamentale chiedere aiuto. La storia che segue, quella della giovane Valentina, ne è una conferma. 

enrica.dibattista@ansa.it 

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