In montagna la temperatura diminuisce a mano a mano che si sale in quota e le variazioni dell’altitudine oltre la quale la temperatura scende sotto zero gradi, chiamata isoterma di zero gradi, hanno effetti sull’ambiente, modificando gli habitat di animali e piante. E’ questo il motivo per cui allo zero termico si guarda con grande attenzione. Un campanello d’allarme c’era stato nell‘estate 2022, con il disastro della Marmolada e il crollo di saracchi sul versante svizzero del massiccio del Grand Combin: un chiaro segno di quanto i ghiacciai delle Alpi fossero ormai instabili perché assediati dal caldo.
Quegli eventi erano stati anche il picco di una lenta progressione, misurata a partire dal 1959 dalla stazione di Payerne, secondo i dati dell’Ufficio federale svizzero di meteorologia e climatologia, MeteoSvizzera. In particolare emerge che dal 1961 al 1990 l’altitudine media dello zero termico era inferiore a 3.400 metri, ma dal 1990 in poi si è progressivamente spostata verso l’alto, con un incremento calcolato in circa 90 metri ogni 10 anni, con un’accelerazione osservata a partire dagli anni ’70 del secolo scorso. A preoccupare, si rileva nel sito svizzero, è anche il fatto che il fenomeno prosegue anche in inverno, con l’altitudine media che dal 1991 al 2020 si è spostata a 2.600 metri nella stagione fredda.
In questa estate 2023, osserva Frezzotti, preoccupa anche “il susseguirsi di giorni e notti calde, che non permettono alla neve di ricongelare. Senza contare il fatto che “noi scienziati stiamo vedendo che quanto è stato previsto sta accelerando. Per esempio, dopo le nevicate della primavera scorsa, si attendeva una stasi dei ghiacciai durante l’estate”, cosa che non è avvenuta. “Purtroppo – conclude – i record negativi di oggi sono i migliori di quelli che probabilmente vedremo negli anni”.
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