Come la 16enne, anche Mahsa venne ricoverata in ospedale, dove morì tre giorni dopo diventando la miccia che fece scoppiare la rabbia del movimento che dal settembre 2022 sfilò in strada al grido di ‘Donna, vita libertà’. Un destino tristemente simile quello di Armita Garavand: l’Iran nega la ricostruzione della sua aggressione, spiegando che la ragazza avrebbe sbattuto la testa in seguito a un malore, ma i video inchiodano il regime alle proprie responsabilità. E la repressione non si abbatte solo contro chi protesta contro leggi ingiuste o contro chi scende in piazza. Due giornalisti, incarcerati per aver seguito la vicenda della morte di Mahsa Amini, sono stati condannati rispettivamente a sei e sette anni di prigione. Si tratta di Elaheh Mohammadi – che dovrà scontare cinque anni di reclusione per complotto contro la sicurezza del Paese più un anno per propaganda contro la Repubblica islamica – e del fotoreporter Niloufar Hamedi. Entrambi sono stati anche considerati colpevoli di aver collaborato con gli Stati Uniti. Teheran non può permettersi di dover reprimere un’altra ondata di manifestazioni, specie in un momento in cui è alto il rischio di un coinvolgimento nel conflitto che è nuovamente esploso tra Israele e Palestina e che lo vede come attore non disinteressato. Il regime liberticida non è mai uscito dai radar della comunità internazionale, così come chi lo combatte.
Lo dimostrano il premio Sacharov 2023 per la libertà di pensiero conferito a Mahsa Amini e al movimento di protesta che ne è scaturito, e il prestigioso Nobel per la Pace vinto il 6 ottobre dall’attivista iraniana Narges Mohammadi, arrestata 13 volte, condannata cinque e destinata a scontare un totale di 31 anni di carcere per le sue lotte in favore delle donne del Paese e non solo. Una scelta che Teheran aveva definito “faziosa e politica”. Nell’ultimo anno la violenza in Iran non si è fermata. Amnesty International, in un report di agosto 2023, segnalava che le autorità avevano ucciso “centinaia di manifestanti” e ne avevano “arrestati migliaia, minorenni compresi”, mentre “innumerevoli altri” erano stati sottoposti “a torture, inclusa la violenza sessuale, durante la detenzione: alcuni di loro sono stati messi a morte al termine di processi gravemente irregolari”. Ma nonostante le ripetute intimidazioni, le esecuzioni e il costante deterioramento dei diritti, nel Paese sciita ancora molte persone protestano a gran voce e il grido ‘Donna, vita, libertà’ continua a risuonare per le strade di tutto il mondo, oggi più che mai.
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