Il vertice a palazzo Chigi ha sdoganato un testo che ha trovato d’accordo i quattro partiti che sostengono l’esecutivo, rappresentati al tavolo da Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi. Superate dunque le tensioni che negli ultimi mesi hanno messo in contrapposizione il premierato – considerata una legge bandiera di Fratelli d’Italia – con la riforma dell’autonomia spinta dalla Lega e che potrebbe avere il primo ok del Senato entro la fine dell’anno. A parte l’elezione diretta del premier, tra le principali novità della riforma spicca l’addio ai senatori a vita nominati per “alti meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario” . Così quella di Liliana Segre rischierebbe di essere l’ultima nomina a senatrice a vita da parte del Quirinale. E il capo dello Stato perderebbe una sua prerogativa, a volte criticata per il peso che i senatori a vita hanno nelle dinamiche parlamentari.
Nei contenuti, si tratta di una riforma snella, racchiusa in cinque articoli che, nelle intenzioni della maggioranza, dovrebbe entrare in vigore dalla prossima legislatura. Si parte dall’elezione diretta del premier, e non più del presidente della Repubblica come indicato nel programma elettorale di un anno fa. Concretamente la riforma punta a rivoluzionare l’elezione del capo del governo (scelto direttamente dai cittadini in un unico turno, per 5 anni) e a rafforzarne il ruolo, cercando allo stesso tempo- come sottolineato da diversi esponenti della maggioranza – di non alterare troppo il resto dell’architettura costituzionale. Un equilibrio non semplice da garantire, soprattutto per non indebolire troppo le prerogative del capo dello Stato, la figura istituzionale che negli ultimi anni ha tenuto un ruolo di supplenza di fronte alle crisi politiche.
Ma proprio per la delicatezza della riforma e il suo coinvolgimento indiretto, il Quirinale non interviene. Secondo la riforma, ‘perso’ il potere di nomina del premier (come prevede oggi l’articolo 92 della Costituzione), il presidente della Repubblica mantiene la possibilità di assegnargli l’incarico e di nominare i ministri, sempre su indicazione del capo del governo. IL ddl costituzionale anche è il frutto delle consultazioni che Casellati ha avviato a gennaio con tutti i gruppi parlamentari. Confronti incrociati da cui è emersa la preferenza per il premierato, anche da parte delle opposizioni.
Ma il risultato nel dettaglio non piace affatto a Pd, M5s e Sinistra italiana, convinti che, sbandierata come la riforma che darà la stabilità spesso mancata ai governi italiani, in realtà stravolga “pericolosamente” gli equilibri della Costituzione. E a farne le spese, secondo le minoranze, sarebbe il capo dello Stato a cui “la destra toglie forza e autorevolezza”. Tranchant il capogruppo del Pd al Senato, Francesco Boccia, nel dire che è “una riforma costituzionale che scassa la democrazia italiana”.
Altrettanto netto il M5s contro “un autentico pastrocchio costituzionale che confonde l’ingegneria costituzionale con l’avventurismo di dilettanti allo sbaraglio”. Si associa Nicola Fratoianni che promette: “Lo snaturamento della nostra Costituzione non gli sarà permesso”.
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