I canali in questione, che avevano accumulato centinaia di migliaia di nuovi follower dopo l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre, sono ancora accessibili dalla versione dell’app scaricata direttamente dal sito web di Telegram. Gaza Now, spesso allineato e alleato dei principi seguiti da Hamas, è passato, ad esempio, da 343 mila a quasi 1,9 milioni di iscritti con un enorme pubblicazione di video, foto e testimonianza dalla Striscia e da altri territori in guerra.
Telegram, secondo molti analisti, è stato ampiamente utilizzato da Hamas per promuovere il suo messaggio contro Israele e per trasmettere, spesso in tempo reale, video violenti e immagini dei suoi attacchi alle comunità israeliane nel Sud del Paese. Una metodologia propagandistica usata spesso in passato anche dall’Isis e da al-Qaeda per diffondere la loro ideologia estremista o rivendicare la responsabilità di attacchi in Occidente. Il tutto sfruttando una moderazione molto parsimoniosa da parte dell’app, soprattutto in confronto con le altre piattaforme social più note.
“Queste regole troppo permissive consentono ai gruppi militanti di caricare filmati della carneficina a cui stanno partecipando, contenuti che poi arrivano anche in altri ‘luoghi’ di Internet come X”, ha spiegato Layla Mashkoor, redattore associato del Digital Forensic Research Lab dell’Atlantic Council, contattata dall’emittente araba.
Il CEO dell’app, Pavel Durov, aveva già difeso le politiche di moderazione della piattaforma, ricordando come il lavoro fatto dai ‘controllori’ abbia fornito informazioni preziose sulla guerra tra Israele e Hamas. In un post pubblicato all’inizio di novembre, Durov ha spiegato come sia meno probabile che Telegram diffonda contenuti dannosi rispetto alle altre app di messaggistica poiché gli utenti devono aderire ai canali.
“Pertanto” secondo Durov “è improbabile che i canali Telegram possano essere utilizzati per amplificare in modo significativo la propaganda” ricordando che “i moderatori rimuovono milioni di contenuti dannosi ogni giorno”. Durov ha ribadito, infine, che i canali Telegram “costituiscono una fonte unica di informazioni di prima mano per ricercatori, giornalisti e fact-checker e “anche se sarebbe facile per noi distruggere questa fonte di informazioni, farlo rischierebbe di esacerbare una situazione già terribile”.
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