La parola nasce da una radice indoeuropea, che è la grande famiglia linguistica e culturale dalla quale deriviamo e che, tra l’altro, esaltava la guerra: il termine è pak e significa ‘pattuire’, ‘fissare’ dunque contiene al tempo stesso l’idea di un confronto e di una relazione (quindi un’idea dinamica della pace, lontana dal modo di dire ‘pace dei sensi’ o ‘lasciatemi in pace’) e quella più rigida e statica di qualcosa che è stato fissato, legato (legare è infatti un altro significato di quella radice). Sembra quasi che non ci possa essere pace senza guerra e viceversa o che, comunque, sia presupposta una tensione costante tra i due poli e che l’uno non sia individuabile senza l’altro. Forse non è un caso che una delle più grandi opere dell’ingegno occidentale sia il grande romanzo di Lev Tolstoj intitolato proprio ‘Guerra e pace’ che Leone Ginzburg ha spiegato così: guerra rappresenta il mondo storico e pace il mondo umano. Ginzburg non è un intellettuale fra i tanti: era nato a Odessa, di origine ucraina e russa, il suo nome originale era Lev, dopo vari spostamenti si stabilì in Italia dove fu tra i principali animatori culturali e politici e tradusse in italiano Guerra e pace.
La pace, secondo questa interpretazione, resta, più che una dimensione storica stabilita una volta per tutte e maggioritaria, una tensione costante dell’animo umano, come dimostrano anche i tentativi, caratteristici dell’illuminismo, cioè di una cultura fondata sulla ragione e l’ottimismo, di delineare le condizioni filosofiche e non giuridiche per una pace perpetua, che è il modo in cui traduciamo il titolo tedesco del testo di Kant, Zum Ewigen Frieden. Ma, proprio come ‘guerra’ (di cui ci siamo occupati in due occasioni), pace è parola altamente manipolabile e infiammabile e andrebbe per questo maneggiata con estrema cura: lo sottolineano Massimo Arcangeli e Edoardo Boncinelli nel loro ‘Le magnifiche 100’ ricordando una frase controversa di Benedetto XVI contenuta nel suo messaggio in occasione di una Giornata mondiale della pace (che esiste dal 1981) accostata ad un tema apparentemente lontano dal tema della pace: ‘I tentativi di rendere il matrimonio tra un uomo e una donna giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione sono un’offesa contro la verità della persona umana e una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace’.
Norberto Bobbio, intellettuale italiano tra i più eminenti del ‘900, giurista e politologo, critico verso quello che chiamava pacifismo astratto e favorevole, da realista, al pacifismo giuridico o istituzionale, parlava della storia dell’uomo come di un labirinto, un groviglio di tensioni da districare ogni volta e continuamente. Quando invochiamo la pace, quando gridiamo pace, dobbiamo dunque sapere che si tratta di qualcosa di dinamico, che è movimento e non quiete: la pace non è silenzio (anche se pax in latino significava anche questo). Per questo, forse, neanche la Chiesa la considera una condizione normale, come spiegano due domenicani, Timothy Radcliffe e Lukazs Popko, nel loro libro ‘Domande di Dio, domande a Dio’, di cui si è recentemente occupato l’inserto settimanale del Corriere della sera, La lettura. E se nell’introduzione Papa Francesco torna sulla necessità di farsi sempre domande perché solo chi si è adagiato non fa domande e la verità non la si può possedere e scrive che Dio è una virgola, cioè una pausa e un’apertura, forse dobbiamo immaginare che anche la pace sia qualcosa del genere.
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