Il titolo della mostra è una citazione declinata al femminile del titolo del libro di Shirin Ebadi, avvocatessa e pacifista iraniana esule dal 2009, prima donna musulmana a ricevere, nel 2003, il Premio Nobel per la pace per i suoi sforzi per la democrazia e i diritti umani, in particolare delle donne, dei bambini e dei rifugiati. Vent’anni dopo, un’altra attivista, Narges Mohammadi, è stata premiata dall’Accademia dei Nobel mentre si trova in carcere, proprio per la sua battaglia contro l’oppressione delle donne in Iran e per promuovere diritti umani e libertà per tutti”.
Finché non saremo libere, si legge in una nota degli organizzatori, prosegue ed espande un filone di ricerca e approfondimento promosso dal 2019 da Fondazione Brescia Musei, che ha scelto di indagare contesti geo-politici di stringente attualità attraverso la prospettiva e la produzione di artisti contemporanei. Gli spazi del Museo di Santa Giulia, da sempre ospitale nei confronti dei progetti scientifico culturali di rottura, sono ora occupati dalle opere di artiste provenienti da differenti luoghi del pianeta, ma in particolare dalle artiste iraniane Sonia Balassanian, Farideh Lashai, Shirin Neshat, Soudeh Davoud e Zoya Shokoohi.
La mostra offre l’occasione per riflettere sulla condizione femminile nel mondo, mostrando situazioni in cui i diritti umani vengono calpestati. Si tratta di “una collettiva inedita con portfolio originali per l’Italia, di altissimo spessore, di artiste mai esposte nel nostro paese”. Ad aprire il percorso espositivo di Finché non saremo libere sarà la video installazione Becoming (2015) dell’iraniano Morteza Ahmadvand, che con questa opera riflette sulla possibile convivenza tra culture e sulla necessita di abolire distinzioni e gerarchie tra popoli e individui.
Tre video proiettati su altrettanti schermi, a ciascuno dei quali corrisponde uno dei simboli delle tre principali religioni abramitiche: la croce cristiana, una stella di David e un cubo raffigurante la Kaaba islamica, qui idealmente uniti in una sfera che rimanda alla Terra. L’opera dell’unico artista uomo esposto in mostra cede immediatamente il passo a una esposizione interamente dedicata ad artiste donne, la franco-marocchina Leila Alaoui, morta per le gravi ferite riportate durante gli attacchi terroristici a Ouagadougou mentre lavorava per una commissione di Amnesty International, la pakistana Hangama Amiri, l’ucraina Zhanna Kadyrova, l’albanese Iva Lulashi, l’afroamericana Mequitta Ahuja, la brasiliana Sonia Gomes e la nigeriana Otobong Nkanga, la sino-americana Hung Liu, l’indiana Shilpa Gupta e l’americana di origini nigeriane Toyin Ojih Odutola, la franco-americana Anne de Carbuccia, la nigeriana Marcellina Akpojotor, la curda turca Zehra Doan, la sudafricana Zanele Muholi, l’artista del Malawi Billie Zangewa. Il percorso della mostra prosegue con le artiste iraniane, e si chiude con due opere “site specific” che la giovane Zoya Shokoohi ha realizzato nel corso di una residenza a Brescia.
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