“Intanto bisogna capire che gli attori che stanno tessendo la rete delle trattative non hanno sempre una posizione neutra. Basti pensare al Qatar, direttamente coinvolto perché finanziatore di Hamas per la quale cerca di ottenere, al tavolo delle trattative, il massimo beneficio possibile. La situazione è caotica non solo sul terreno ma anche nelle segrete stanze nelle quali si prova a trovare una strategia di uscita. Capi dello spionaggio di più Paesi, America in testa, passano ore sui Gulfstream volando fra una capitale araba e l’altra, cercando di far valere il loro peso, aggiornati grazie all’unico bene che conta in casi simili: le informazioni di intelligence di massimo livello”.
Qual è allora la posta in gioco nella negoziazione di una tregua?
“Per chi non è coinvolto a livello di scelte governative e militari, è facile parlare di tregua. Il decisore politico e i vertici militari sanno bene che si nascondono insidie e che a indirizzare la decisione sarà unicamente il mero calcolo “costi-benefici” guidato dal principio della sostenibilità in termini di raggiungimento dell’obiettivo e di numero di vite umane in gioco, non solo tra i civili. In questa ottica la proposta di barattare tre giorni di tregua con la liberazione di cinquanta ostaggi potrebbe non essere così ragionevole come sembra”.
Perché?
“In tre giorni puoi riposizionarti, rischierarti. Puoi riordinare le idee e riorganizzare le difese. Puoi far arrivare armi e munizionamento attraverso i tunnel e rifornire i tuoi capisaldi, o crearne di nuovi. Puoi elaborare una nuova strategia e creare i presupposti per rispondere all’Idf con una tattica più adeguata. Puoi ricostruire una catena di comando ed emanare nuovi ordini. Puoi posizionare nuove trappole esplosive.
Puoi spostare ostaggi e collocarli ancora più in profondità, ancora più “al sicuro”. Puoi dare soccorso ai tuoi miliziani feriti”.
Però il colpo di immagine sarebbe di grande impatto.
“Ma anche una vittoria di Pirro, che Israele pagherebbe a caro prezzo, forse allontanerebbe dalla vittoria finale – che però, a mio parere, non contempla la liberazione di ostaggi – attraverso le azioni di fanteria e i bombardamenti. Da ovunque la si guardi è una brutta, bruttissima storia e concedere una tregua, farebbe si tornare a casa cinquanta innocenti, ma farebbe anche perdere lo slancio, l’abbrivio con il quale l’Idf sta avanzando”.
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