A 45 anni da quello che viene
ricordato come il suicidio collettivo più grande della storia,
restano vivi alcuni interrogativi sulle dinamiche interne che
portarono alla morte dei 918 seguaci della setta del ‘Tempio del
popolo’ a Jonestown, in Guyana. Dubbi mai dissipati dai racconti
frammentari di pochi sopravvissuti e le troppo embrionali
informative dell’Fbi, soprattutto a causa della morte dei
testimoni e di chi aveva deciso di investigare sulla società
‘utopica’ che aveva fatto dell’ex colonia britannica in
Sudamerica, incastrata tra Brasile, Venezuela e Suriname il
proprio paradiso in terra.
Era il 18 novembre del 1978 quando un plotone di soldati
scoprì in un’area remota a 60 chilometri dalla capitale
Georgetown, i corpi senza vita di 918 persone (tra cui almeno
200 bambini).
Allarmato dalla divulgazione di ideali socialisti e ‘hippie’
tra i membri del “Tempio del Popolo” fondato negli anni ’50
negli Stati Uniti dal pastore evangelico Jim Jones, il ‘bureau’
aveva iniziato a indagare. Il reverendo aveva lasciato San
Francisco per fondare a Jonestown la sua comunità religiosa
marxista basata sul valore della sottomissione degli adepti e
delle donazioni di tutti i loro beni. Tuttavia le voci di abusi
e indottrinamenti praticati nella comune, prima negli Usa e poi
in Sudamerica, giunsero all’orecchio del deputato californiano
Leo Ryan, che annunciò un sopralluogo e accurate indagini.
L’arrivo delle autorità Usa a Jonestown fu interpretato dal
guru come una “minaccia capitalista” e ordinò la distribuzione
di cianuro ai suoi adepti, spingendoli a togliersi la vita.
Ma non tutti morirono. Il giorno successivo al suicidio di
massa alcuni membri eseguirono l’ultimo volere del reverendo e
uccisero il deputato Ryan e tre giornalisti che lo
accompagnavano, sulla pista di atterraggio, prima che potessero
raggiungere il tempio e dissipare i misteri che ancora lo
circondano.
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