Adesso il presidente torna a battere sul tasto del nazionalismo e dopo settimane di campagna capillare, con tutto l’apparato di partito e statale mobilitato, organizza per questa domenica un referendum nel quale chiede al popolo di pronunciarsi. I motivi sono soprattutto politici. Non è un caso che la vecchia questione di territorialità sia stata riproposta, dopo un lungo silenzio, proprio all’indomani delle primarie dell’opposizione vinte dall’esponente della destra Corina Machado, probabile candidata alle presidenziali del 2024. Una rivale che può sconfiggere il delfino di Hugo Chávez, bandita da ogni incarico pubblico grazie a una sentenza di un Tribunale basata su prove inconsistenti e contro la quale la stessa Machado ha ottenuto il via libera, proprio due giorni fa, di presentare ricorso.
Ma l’altro motivo, non certo secondario, è economico. Dieci anni fa la Guyana si è ritrovata di colpo ricca. Ricchissima. La ExxonMobil, la holding del petrolio statunitense, ha scoperto un giacimento che assieme agli altri 30 individuati negli ultimi mesi attorno al Stabroek Block, al largo delle coste dell’Atlantico, conservano qualcosa come 11 miliardi di barili di greggio. Oggi, dopo appena quattro anni dalla messa a punto della rete di produzione, il piccolo Paese è in grado di pompare quasi 400mila barili al giorno. Le spedizioni crescono a dismisura: nel 2022 ne ha esportati, di media, 265.693 quotidianamente e quasi la metà è finita in Europa.
L’anno scorso il Pil della Guyana ha avuto una crescita clamorosa: del 43,5 per cento. Si candida a diventare non solo il più ricco Paese del Continente, dopo aver patito la fame, ma anche il principale produttore ed esportatore di petrolio dell’America Latina. Entro il 2030 potrebbe pompare fino a un milione di barili al giorno.
Maduro non poteva farsi sfuggire questa nuova gemma d’oro. Gli è stata sottratta per un’imperdonabile “distrazione” che ha impedito per tutti questi anni di ristabilire un diritto storico. “Siamo chiamati a difendere un territorio che ci è stato donato grazie alla lotta dei nostri liberatori”, ha detto il presidente esortando la popolazione a recarsi alle urne per il referendum. Jorge Rodríguez, presidente del Parlamento, fedelissimo del rais, ha aggiunto, rivolgendosi soprattutto all’opposizione che su questa battaglia si è schierata con il regime: “È tempo di mettere da parte ogni parzialità, politica, religiosa o personale”.
Secondo gli storici, il Venezuela paga l’errore diplomatico commesso ai tempi di Hugo Chávez. Negli anni 2004-2014 aveva trascurato le controversie pendenti con la Guyana sui limiti territoriali. L’ex colonia britannica ne ha approfittato. Ha consolidato i suoi confini e Chávez si è limitato a proporre una cooperazione petrolifera con la PetroCaribe per riaffermare la leadership energetica nella regione. Avrebbe concesso greggio al suo vicino a prezzi scontati.
Responsabile di questo lungo periodo di “distrazione” fu proprio Nicolás Maduro che all’epoca era il ministro degli Esteri. Una negligenza che l’opposizione ha sempre rimproverato a Chávez e al suo pupillo. Il Venezuela ha cercato più volte un accordo con la Gran Bretagna. Ma davanti a continui fallimenti dei negoziati si è rivolto alla giustizia internazionale. Nel lodo di Parigi del 1899, un Tribunale si pronunciò a favore degli inglesi con le vibranti proteste di Caracas che considerò, assieme a tanti altri, il verdetto truccato.
Il referendum acquista così anche un valore riparatorio. “Maduro”, osserva a El País Kenneth Ramírez, avvocato internazionale e presidente del Consiglio venezuelano delle Relazioni internazionali, “cerca di nascondere gli errori commessi in passato ed evitare i costi politici di una sentenza negativa”. Ora che la Guyana nuota come un Paperone nel suo oro nero, la rivendicazione è diventata dirimente. Gli Usa hanno sospeso le sanzioni e aperto il Venezuela ai mercati internazionali energetici. Anche Caracas vede la luce in fondo al tunnel. Per rafforzarsi oltre al suo greggio dell’Orinoco vuole quello della Guyana Esequiba.
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