Taiwan è una società aperta, orgogliosa dei propri traguardi su libertà, democrazia e progresso economico. In pochi anni si è trasformata da una dittatura militare ad uno dei cuori pulsanti del pianeta: 23,5 milioni di abitanti, 190 miliardi di dollari di Pil, 20esima economia del pianeta che produce il 60% dei semiconduttori del mondo, senza i quali praticamente tutte le tecnologie della nostra vita si fermerebbero: smartphone, internet, automobili, macchine utensili, navi e aerei. Taiwan produce anche il 90% dei semiconduttori più avanzati del mondo in un cluster di aziende e parchi scientifici e tecnologici che ruota intorno alla Taiwan Semiconductor Manufacturing Corporation (Tsmc). Quelli da 3 nanometri (i più piccoli ed efficienti), vengono prodotti esclusivamente qui. Si comprende quanto sia alta la posta in gioco del voto di ieri.
L’interferenza di Pechino nel processo elettorale sull’isola è stata senza precedenti: decine di palloni aerostatici cinesi hanno violato lo spazio aereo taiwanese, sono proseguite senza sosta le azioni militari intimidatorie intorno all’isola, sono stati registrati oltre 100.000 attacchi cyber e per la prima volta sono stati arrestati 287 cittadini sull’isola per varie attività criminali di interferenza nel processo elettorale: trasferimento di fondi crypto dalla Cina, disinformazione con milioni di bot sui social, diffamazioni personali contro decine di candidati del Dpp. Ma Taiwan non si è piegata all’autoritarismo cinese e le elezioni si sono svolte in modo regolare con lo spoglio e i risultati definitivi resi pubblici poche ore dopo il voto. Ed è proprio l’apertura e la “normalità democratica” di Taiwan a rendere ancora più stridente il confronto con la Cina guidata da un regime opaco e totalitario che solo negli ultimi tre mesi ha fatto sparire nel nulla il Ministro degli Esteri Qin Gang e il Ministro della Difesa Li Shanfu, senza fornire alcuna spiegazione alla comunità internazionale.
I riflettori sono ora accesi sull’impatto regionale e globale di queste elezioni. Taiwan procederà speditamente nel cammino di una sempre maggiore integrazione politica ed economica con l’Occidente e con le democrazie asiatiche. Le elezioni di ieri spingono il sistema economico e tecnologico taiwanese ad intensificare le azioni di “derisking” nei confronti di Pechino. Grandi aziende manifatturiere come Foxconn (con ancora 1 milione di dipendenti in Cina) seguiranno le azioni dei loro committenti (a cominciare da Apple) per una crescente delocalizzazione verso India, Vietnam, Flilippine e Indonesia. Anche sul terreno dei semiconduttori procederanno le nuove joint venture in Europa e Usa per ampliare i luoghi della produzione e rafforzare la catena della “supply chain” globale.
Sul fronte della difesa Taiwan rafforzerà gli accordi di sicurezza con Usa, Giappone, Australia, India e darà nuovo impulso alla produzione nazionale a cominciare dai primi sottomarini taiwanesi Narwhal prodotti nei cantieri di Kaohsiung. L’accordo bilaterale sulla difesa con Washington del 2023, con acquisti per 19,2 miliardi di dollari, proseguirà permettendo a Taiwan di incrementare le proprie capacità di difesa strategica: 66 caccia F-16, centinaia di tank Abrams, missili antinave Harpoon e in prospettiva un nuovo deal per gli F-35 che permetterebbero un ulteriore salto tecnologico nelle capacità di deterrenza dell’isola nei confronti di Pechino.
Per Xi-Jinping, l’obiettivo di riunificazione con Taiwan è ora più complicato, anche per avere compiuto l’errore di aprire un secondo fronte di tensione occupando illegalmente gran parte del Mar Cinese Meridionale, che ha portato Filippine e Vietnam a stringere sempre più i rapporti con Usa e Taiwan. La vittoria del partito più anti cinese rafforza la democrazia di Taiwan e paradossalmente allontana i rischi di un conflitto nello Stretto. ì
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